Providence

Un anziano e facoltoso scrittore trascorre la vigilia del suo 78° compleanno ripensando alla sua vita, come in una lunga recherche proustiana. I personaggi della sua memoria dialogano in una metafora sulla decadenza della civiltà.
    Diretto da: Alain Resnais
    Genere: drammatico
    Durata: 110'
    Con: Dirk Bogarde, John Gielgud
    Paese: FRA, SVI
    Anno: 1977
8.1

Viene considerato il film di Alain Resnais su Lovecraft, ma al di là della figura del protagonista – il vecchio scrittore ammalato, ubriaco, iracondo e misantropo, rinchiuso nella sua villa – che gli si ispira, e di qualche vaga eco soprannaturale (i licantropi), “Providence” è tutt’altro che la biopic dello scrittore americano, nato e vissuto nella città di Providence.

In un puzzle di sequenze in cui si alternano tre piano dell’azione – quello della realtà di vecchio scrittore Clive Langham che di notte fantastica e immagina lo svilupparsi del suo ultimo romanzo, in preda ai dolori atroci di una malattia che combatte con l’alcol; quello dell’incubo ricorrente in cui dei civili vengono ammassati in un campo da calcio; e quello della finzione letteraria in cui vengono metabolizzati gli incubi e la realtà con i suoi rimorsi – Resnais finisce per costruire un’architettura in cui non è al piano della realtà che si interpongono le sequenze provenienti dai piani dell’immaginario, ma è piuttosto il piano della fantasia a essere l’unico vero piano d’azione, nel quale di tanto in tanto si inserisce fastidiosa la realtà. Come se “dreaming is my only real level of existence”, affermerà appunto un personaggio.
“Providence” è allora, secondo le stesse parole dei suoi autori, metafora della creazione, ma anche della disintegrazione.
Della creazione letteraria, della costruzione e della distruzione, in cui l’architettura – tanto scenografica quanto narrativa – gioca un ruolo nevralgico: spesso, le architetture e le costruzioni sono il riflesso dello stato dei personaggi, e l’incalzare di una vegetazione oscura e decadente va di pari passo al lasciarsi andare fino all’(auto)disintegrazione dei personaggi e dell’autore stesso, traviato dalla malattia e dagli alcolici. Il suo penare però non è necessariamente la pena di vivere degli esistenzialisti, che qualcuno – un po’ forzatamente? – prova a inserire nel calderone.
In fondo, Clive Langham non cerca disperatamente di scacciare questa morte quanto più può e di rimanere attaccato alla pur dolorosa vita? Il tema della vita e della morte è una sottotraccia molto complessa che serpeggia per tutta la pellicola e che fuoriesce nella questione dell’aver diritto o meno allo scegliersi la propria morte.
Un’ulteriore sottotraccia è quella della memoria collettiva, tema caro e ricorrente in Resnais: come in “Hiroshima mon Amour” un grande evento che ha traumatizzato la nostra memoria collettiva ci ossessiona affiorando pungente dal nostro inconscio: è il colpo di stato di Pinochet dell’11 settembre ’73, a seguito del quale migliaia di civili o oppositori politici furono concentrati e spesso torturati all’interno dello stadio nazionale. Infine, un parallelo potrebbe sorgere spontaneo con il capolavoro di Wells “Quarto Potere”.
Oltre alla mastodonticità e magneticità propria dei caratteri dei due protagonisti, è l’incipit la suggestione che induce maggiormente al paragone: una villa notturna e gotica, attraverso il cui grande giardino la mpd si avvicina silenziosamente alla mansione, e in particolare alla camera del proprietario/protagonista.
Ma se in “Quarto Potere” i piani dell’azione erano passato/presente e interno/esterno (a cui corrispondeva l’antonimico raccontabile/irracontabile); in “Providence” i piani dell’azione sono tre: l’incubo dello stadio, la finzione del romanzo, la realtà. Se “Quarto Potere” racconta, attraverso l’espediente dell’inchiesta, del fallimento di ricercare la verità e dimostra l’impossibilità della realtà; “Providence” è la rinuncia definitiva al reale.
La scelta della finzione, del sogno sulla realtà. Ma alla fine, ahimè per Langham/Lovecraft, anche lei incomberà implacabile a disintegrare tutto, come una selva incalzante, avvolgente e perfetta come un cancro: la morte con le sue fredde dita che risveglia dal sogno.

A proposito dell'autore

Pierpaolo Filomeno

Nato nel 1990 in Puglia. Laureato in Lingue e Culture Straniere all'Università degli Studi di Perugia con una tesi sul webdocumentario, vive a Parigi, dove cerca di specializzarsi nel campo della scrittura e realizzazione di documentari e si tartassa il fegato con interminabili notti di birra. Con alle spalle articoli per webzines, interviste e collaborazioni al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e IMMaginario 2.0, ha co-realizzato il webdocumentario www.lamemoriaelaferitawebdoc.com