People Mountain People Sea

Il fratello minore di Lao Tie viene accoltellato in un povero villaggio di montagna dove Lao era tornato a lavorare. La polizia brancola nel buio, ma Lao è convinto che l'assassino sia in città. La sua idea è una sola: la vendetta.
    Diretto da: Shangjun Cai
    Genere: drammatico
    Durata: 91'
    Con: Zhenjiang Bao, Jianbin Chen
    Paese: CINA, HONG KONG
    Anno: 2011
7.1

Sulle brade scarpate del Guizhou – la più povera ed arretrata regione cinese, per qualche spicciolo, dei ragazzi scarrozzano i viandanti sulle loro motorette, tra quelle strade sterrate. C’è chi va fino in città, chi si ferma al primo villaggio.
Un uomo chiede al suo autista di fermarsi un attimo, nei pressi di una cava, per fumarsi una sigaretta e far pipì. È una trappola. Qui, nel mezzo del nulla, l’uomo accoltella alle spalle il suo autista, lo lascia per terra morto e fugge con la motoretta.
La polizia si mette sulle sue tracce. Ritrova la sua abitazione, ma l’uomo è fuggito, abbandonando la motoretta. L’indagine della polizia non sembra avere esiti. Lao Tie, fratello della vittima e protagonista del film, si mette allora alla ricerca dell’assassino di suo fratello. Lascia il villaggio e parte per una caccia all’uomo dai movimenti ellittici, dalla logica e dalle intenzioni un po’ stanche.

Una deriva più che una caccia all’uomo. E dire che siamo ormai abbastanza abituati ad assistere a vendette-derive, in cui il vendicatore si trascina affatto convinto verso l’atto che una specie di forza maggiore – o una convenzione? – gli richiede, suo malgrado.
Da Amleto al recente Solo Dio Perdona di Nicolas Winding Refn (anch’esso storia di vendetta di un fratello, in scenari asiatici), fino alla Deriva per eccellenza, che non è però una vendetta ma una “caccia” all’uomo – o meglio, alla donna: L’avventura di Antonioni. Ma questo anti-eroe sembra portarsi dentro qualcosa di pesantissimo ed immenso: la rassegnazione di un intero popolo.
I personaggi tutti, disgraziati o farabutti, se ne stanno placidi e abbandonati al loro miserabile destino. C’è un’armonia di fondo nella loro condizione, che suona come la massima che Lao incontrerà nella sua ricerca: «Ciascuno ha il suo destino. Anche se ti sapessi trasformare, non potresti mai cambiare».
È questo il presupposto del farsi giustizia da soli. È questo il presupposto, per il regista Cai Shangjun, per un ritratto spietato e senza filtri dell’altra faccia della Cina. Un ritratto dell’umanità vera, così com’è: cruda, miserabile e feroce.
Un ritratto che si esacerberà sempre più quando Lao arriverà in città, la Chongqing sovraffollata. La metropoli, più che futurista, futuribile. Il passaggio nei suoi bassifondi sarà anche occasione per un catalogo documentaristico delle condizioni abitative asfissianti, quando con una soggettiva Lao passerà per un corridoio di un grattacielo-casermone, sbirciando all’interno di ogni topaia. È in città che Lao si farà fottere dal proprio amico, che lo ospitava.
Un tossico disposto a tutto per procacciarsi la sua eroina. È in città dove Lao andrà a cercare la sua ex donna e la stuprerà di fronte al loro figlio. La blanda e vana ricerca in città farà colare Lao verso le retrovie della Terra, dove i dannati del mondo, da sempre, fanno grandi gli imperi: la miniera. In mezzo a questo luogo così prossimo all’inferno, dove i minatori-schiavi vengono maltrattati e persino gratuitamente freddati , Lao riconoscerà il suo uomo. La sua vendetta sarà globale.
La sua personale giustizia. In molti hanno definito questo secondo lungometraggio di Shangjun, dall’inizio lento e dal finale detonante, un “western cinese”, proprio per i temi della vendetta, della giustizia personale contro la giustizia legale, ma anche per le atmosfere assolate e polverose.
La pellicola, tecnicamente perfetta – meritevole del Leone d’Argento a Venezia 2011, dai movimenti di macchina impercettibili e dalla fotografia sontuosa, si fa carico di un realismo di una potenza forse ormai dimenticata dal cinema occidentale. D’altronde la storia è ispirata a un fatto di cronaca, e Shangjun ha scelto come ambientazioni parecchi dei luoghi dove sono accaduti realmente i fatti, arrivando a coinvolgere alcuni abitanti del villaggio nel cast. Non sapremo mai per quale motivo il fratello di Lao è stato accoltellato.
La “refurtiva”, in fin dei conti, è stata abbandonata. Sembra di leggere, tra le righe della sceneggiatura, che se un senso c’è, ci si è già rassegnati a non preoccuparsene.

A proposito dell'autore

Pierpaolo Filomeno

Nato nel 1990 in Puglia. Laureato in Lingue e Culture Straniere all'Università degli Studi di Perugia con una tesi sul webdocumentario, vive a Parigi, dove cerca di specializzarsi nel campo della scrittura e realizzazione di documentari e si tartassa il fegato con interminabili notti di birra. Con alle spalle articoli per webzines, interviste e collaborazioni al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e IMMaginario 2.0, ha co-realizzato il webdocumentario www.lamemoriaelaferitawebdoc.com