Noah

Noah, nipote di Methuselah, è perseguitato da visioni apocalittiche che non riesce a decifrare. Una discussione con Methuselah gli rivela che l'Onnipotente scatenerà un diluvio da cui non si salverà neussuno. Decide allora di costruire un'arca per preservare la sua famiglia e gli animali da morte certa.
    Diretto da: Darren Aronofsky
    Genere: avventura
    Durata: 138'
    Con: Russell Crowe, Jennifer Connelly
    Paese: USA
    Anno: 2014
5

Darren Aronofsky ci ha provato, ha tentato l’impossibile fusione del suo immaginario finto new age-apocalittico-fantasy con la mega produzione stile-Il Signore degli Anelli. Il risultato è un’opera come Noah, ed è bene chiarirlo da subito, si tratta di un disastro che inizia sotto un buon auspicio, con l’introduzione mystery, fino alla costruzione dell’Arca, per poi scadere in un tronfio susseguirsi di eventi mal posti, dove l’ideologia hollywoodiana della salvezza dell’individuo nelle mani del Destino si fa pesante ricostruzione di un piagnisteo inservibile e indigesto a tutti i livelli.

Il creazionismo messo in mano al regista di Requiem for a Dream (2000) e The Fountain (2006) diventa l’espressione dei sogni e le paure di un quindicenne. Aronofsky lo si era visto alle prese con i racconti più lisergici ed effettistici, con le distorsioni visive, la psichedelia a buon mercato, i moti dell’anima viziata da una società che dava importanza solo alla superficie. Forse doveva essere chiaro già ai tempi del film con Ellen Burstyn che il regista non sarebbe andato oltre una simile paccottiglia.
Ma un regista può evolvere, imparare dai suoi errori, e dopo aver deliziato le platee veneziane con l’insopportabile melassa a spasso nel tempo di The Fountain, aveva trovato la giusta direzione con The Wrestler (2008) e solo in parte con Il Cigno Nero (2010). Ora, con Noah, Aronofsky fa il passo più lungo della gamba e si posiziona in un interstizio estetico che pare divorare in un solo colpo tutto quanto fatto di buono in precedenza.
Con Noah la tendenza trascendentale, videoclippara e misticheggiante del regista si annacqua in un sensazionalismo sciamanico che si disperde in una retorica senza via d’uscita, le sequenze con i Vigilantes sembrano prese direttamente dal secondo capitolo de Il Signore degli Anelli Le Due Torri (2002), ricalcati sul personaggio digitale di Barbalbero. Nelle sequenze action, Aronofsky dimostra, ancora una volta, l’inadeguatezza di Hollywood a confrontarsi con una materia narrativa, dove il meccanismo della finzione si alterna al gusto pittorico del macabro e in questo gioco all’accumulo fa sbadigliare esattamente come l’Alan Taylor di Thor The Dark World (2011), o come il Jackson dei primi due capitoli de Lo Hobbit.
Nel cast Russell Crowe è al suo peggio, conciato come un guerriero-survivor appena uscito dal set di Lost. Jennifer Connelly tenta di appoggiarlo come meglio può con la sua verve luminosa, e in alcune scene strappa l’applauso, ma più per abnegazione professionale che per sentita convinzione.
Nella mezz’ora finale è davvero difficile trattenere le risate. Con un simile prodotto la commozione, che dovrebbe essere il risultato più probabile, non arriva. Di sicuro non quando Noé/Russell Crowe brandisce il pugnale contro i figli appena partoriti da Ila (una Emma Watson completamente fuori contesto), con l’intenzione di sacrificarli all’Onnipotente, arrivando poi a baciarne la fronte in segno di sottomissione davanti al miracolo della vita.
Il misticismo new age di Aronofsky ha varcato le soglie della mega produzione, ha instillato il dubbio che la strana parentela tra la Hollywood dei milioni e un cinema di pensiero e di contenuti elevati, potesse funzionare, perdendo la partita per una mancanza di misura grave, che fa deragliare il senso dell’intera operazione, nella involuzione grafica del diamante puro che contiene il segreto aulico di una rivelazione prossimale all’estasi, messa in scena con un urlo sguaiato e per giunta ricattatorio.
E’ l’urlo di Aronofsky che discerne il sensazionalismo pagano con una ricerca di fede intimista. Il suo cinema corsaro e già in bilico, ha preso l’abbaglio dello spettacolo turgido, la psichedelia si frantumata tra i resti di un cinema irriconoscibile e falsificato.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).