Mommy

In un ipotetico Canada, dove una legge stabilisce che i figli affetti da sindrome di deficit d'attenzione possano essere curati in ospedali specializzati, Die Despres è una vedova che prova a crescere da sola il problematico figlio Steve. Una vicina di casa di Die, Kyla, decide di aiutarla.
    Diretto da: Xavier Dolan
    Genere: drammatico
    Durata: 139
    Con: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon
    Paese: CAN
    Anno: 2014
8.2

Guardando Mommy, osservando il modo in cui le tradizionali dinamiche famigliari vengono fatte a pezzi mentre  personaggi sempre sopra le righe si ritrovano a danzare sullo schermo in una messa in scena che non risparmia alcuna emozione, pare che al cinema di Xavier Dolan non serva altro, che sia nato esattamente per fare questo. É dal quotidiano che questo cinema trae forza, linfa vitale, potenza tragica. Ma è un quotidiano corrotto, trasfigurato da protagonisti al limite, da situazioni a un passo dal delirio quello che il giovane cineasta canadese va costruendo, film dopo film, con un senso e un sentimento autoriale tanto anomalo quanto personale, in una sempre più forte alterità espressiva congeniale per regolare immagini e dinamiche emotive.

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Riprendendo il tema del (dis)amore filiale che nel 2009 sancì il suo folgorante esordio cinematografico con J’ai tuè ma mére, Dolan mette in scena un’altra storia di madri e figli ribaltandola però di segno, sporcando con sprazzi di follia una situazione affettiva tanto sofferta quanto commovente. Descrivendo, insinuandosi, macchina a mano ben salda, le vicissitudini quotidiane di Diane (ancora Anne Dorval), madre sola in caduta libera, incapace di gestire la propria vita e quella di Steve, figlio adolescente iperattivo, violento, mentalmente disturbato e morbosamente attaccato a lei, Dolan rincara la dose dipingendo il momento in cui questo affresco di emozioni contrastanti, esilaranti e distruttive, trova un suo fugace, folle equilibrio con l’introduzione dell’introversa insegnante balbuziente Kyla (Suzanne Clément) a regolare, medicandola, una situazione disperata.

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Ha dell’angoscia claustrofobica la tragicomica storia d’amore che si viene a instaurare in questo anomalo triangolo, è una gabbia emotiva esasperante e costringente quello schermo ristretto in un assurdo, schiacciante formato 1:1 che domina la pellicola, che si focalizza su una realtà fatta della stessa natura dei tre individui che la compongono, dove tutto il resto sparisce in un fuoricampo costante e minaccioso, tagliato via da quel quadrato perfetto ed esclusivo, intimo e opprimente che si fa mondo. Con la sua attenzione, curatissima, per i dettagli, con dilatazioni temporali e descrittive che disegnano, in una danza al ralenti, un ritratto a tutto tondo dei personaggi, la pellicola insegue, ribadendo una consapevolezza stilistica ormai consolidata (lo stesso gioco sui formati era già presente nell’ultimo Tom à la ferme), il desiderio di normalità di individui sconfitti, disperati, cocciutamente tenaci, quel momento, istantaneo e fugace come un sogno a occhi aperti, in cui tutto è chiaro, ben visibile, perfetto. É in quei momenti che l’esasperazione di un’immagine densa e affollata lascia spazio al dinamico e liberatorio respiro del 16:9, allargando lo schermo, in una trovata tanto semplice e genuina quanto emozionante.

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Sta forse in questa genuinità, in questa purezza stilistica fortemente affettiva la grandezza di Dolan. Lontano da giochi metalinguistici fini a sé stessi, distante da un intellettualismo cinefilo senza sbocchi, Dolan, il ragazzo che cita senza problemi Mamma ho perso l’aereo e che spiazza con una colonna sonora di grandi successi (dagli Oasis agli Eiffel 65) che pare uscita da una rozza compilation adolescenziale di inizio millennio, costruisce il suo personalissimo e autentico oggetto filmico, il suo mito di autore in costante crescita inventiva. “Con la rabbia dell’era moderna ma con la fragile poesia di un altro tempo” (per citare le parole della Clément, comprensiva professoressa già nel film d’esordio del regista) questo enfant prodige al suo quinto lungometraggio, proprio come i suoi giovani, irrequieti e romantici protagonisti è, a suo modo, un regista atipico, emarginato, speciale.

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Come il suo irruento e  folle (ma sincero e mosso da sentimenti autentici) Steve, il venticinquenne autore canadese ha dalla sua la smaniosa inventività di un’adolescenza ancora lontana dall’esaurirsi, lungi dal prosciugare il suo bagaglio tanto sovversivo e urlato quanto misurato e commovente. Un diamante grezzo che proprio nella sua naturale imperfezione trova tutta la genuinità di cui il cinema ha bisogno.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.