Love

Murphy è un giovane di 25 anni, con moglie e figlio. Un giorno alla segreteria telefonica trova il messaggio della madre di una ragazza con cui ha avuto una burrascosa relazione. I ricordi riaffiorano, Murphy dovrà fare i conti col suo passato.
    Diretto da: Gaspar Noé
    Genere: drammatico
    Durata: 135
    Con: Aomi Muyock, Karl Glusman
    Paese: FRA, BEL
    Anno: 2015
6.8

La prima percezione, quella più immediata, risultante dalla visione di Love di Gaspar Noé, è purtroppo, che il regista francese questa volta abbia preso una delle più grandi cantonate della sua carriera. E il peggio è che non avviene nemmeno, come spesso accade quando si fa un passo falso, che la mano dell’autore sembri quasi appartenere a un’altra persona, non rispecchiando minimamente i precedenti lavori più riusciti; infatti, in Love, non tanto la mano, quanto la mente, l’interiorità e la visione della realtà del regista, sono riconoscibilissimi, con la differenza che in questo caso, egli fallisce completamente nelle modalità di comunicarle e nel linguaggio utilizzato; il che lo rende ancora più insoddisfacente, nel senso che alla delusione si aggiunge il rammarico, perché la sensazione è che Noè fosse in buona fede, che avesse dei propositi precisi nell’utilizzare il linguaggio che ha usato e nel confezionare un film con queste caratteristiche, ma che non sia riuscito minimamente nel suo intento.

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Il regista affida l’illustrazione delle sue intenzioni alle parole fin troppo didascaliche del suo protagonista maschile, che a un certo punto del racconto, afferma: “voglio fare un film di sangue, sperma e lacrime. È l’essenza della vita: la sessualità tra innamorati in un film. Non si vede mai.” Sorvolando su quanto probabilmente non fosse proprio necessario spiegarlo allo spettatore, in modo tra l’altro un po’ troppo semplicistico, e a parte il fatto che esiste una quantità più che cospicua di opere cinematografiche che smentiscono l’ultima affermazione, rappresentando in maniera più che efficace la sessualità all’interno di una relazione in cui i protagonisti sono fortemente coinvolti, il problema principale è che l’autore, per realizzare la sua volontà, sceglie la strada sbagliata, mancando così l’obiettivo.

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Noè sceglie la via dell’ostentazione, proponendo un’alternanza tra una serie infinita scene erotiche che ritraggono ogni tipo di pratica sessuale, dalla masturbazione auto e etero-agita, alla penetrazione attuata in ogni dove e vista da tutte le angolazioni possibili, al rapporto a tre, a chi più ne ha più ne metta, e alcuni flashback che rievocano le varie tappe della relazione sentimentale vissuta dai due protagonisti. Ed è proprio quell’ostentazione a stridere, non certo perché il sesso mostrato in maniera così esplicita sia scandaloso o disturbante, ma perché il fatto che viene ostentato, lo priva del fattore essenziale che è imprescindibile quando è legato a un certo livello di profondità affettiva: l’intimità. In entrambi i casi si tratta di parole o azioni che nel momento in cui sono esplicitate in modo così manifesto, vengono automaticamente svilite.

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Il problema non è mostrare un sesso esplicito ma immettere lo spettatore in una situazione che prevede intimità, mostrargli nei particolari più intimi qualcosa che due persone innamorate vivono da sole, e allora da sole possono fare qualsiasi cosa senza il minimo imbarazzo, ma vederle mentre lo fanno non svilisce la loro sessualità, svilisce la loro intimità, e di conseguenza la loro relazione. Relazione che così appare banale e poco credibile, in alcuni momenti ai limiti del ridicolo. È come quando si canta. Se si canta sotto la doccia o in macchina, si è del tutto disinibiti, si può farlo a squarciagola; se ci si accorge che qualcuno sta ascoltando, ci si vergogna come ladri e si diventa bordeaux. Lo stesso vale per chi guarda. Non scandalizza minimamente il vedere una penetrazione, è solo che la penetrazione nei suoi particolari, nel momento in cui ci si dovrebbe identificare con i sentimenti che la accompagnano, non si ha bisogno di vederla.

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Ci sono tante opere in cui vi sono scene incredibilmente erotiche, in cui lo spettatore è portato a coinvolgersi enormemente, senza che ci sia la necessità di mostrare neanche un decimo di ciò che accade. Questo film non raggiungerebbe il suo scopo nemmeno se si proponesse di coinvolgere lo spettatore sulla mera attività sessuale, ma il fatto che sia dichiaratamente volto a coinvolgerlo unendo sesso e amore, lo rende un vero e proprio fallimento. Lungi dall’avvicinare lo spettatore all’idea di connubio tra sessualità e sentimento, come era nel suo intento trasmettere, esso induce una fastidiosa sensazione di distanza, stride. L’obiettivo che Noè si proponeva di raggiungere non era necessariamente subordinato al numero di orgasmi mostrati. Spesso e volentieri si fa tanto il discorso della censura e quindi viene tendenzialmente giudicato audace chi mostra ciò che è stato o che potrebbe essere censurato e che potrebbe scandalizzare, dando una connotazione positiva a priori al fatto che questa scelta eluda la censura e in qualche modo sfugga alla limitazione della libertà di espressione, ma in virtù di quella libertà di espressione, si perde di vista ciò che si mostra e il fatto che mostrarlo fine a sé stesso lo svilisca.

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E’ un classico. Anche la cosa più bella e profonda, se viene svenduta, perde valore. E questo si palesa in entrambi gli aspetti del film, sia nelle parti sessualmente esplicite che in quelle in cui ad essere altrettanto esplicite sono le esternazioni affettive, mentali o verbali. Frasi come quelle che ascoltiamo nel film se scambiate tra due persone innamorate o rivolte anche solo idealmente a una delle due, da parte dell’altra, possono essere assolutamente autentiche, assumere un peso enorme, un significato profondissimo, sono le stesse che ognuno di noi ha pensato o pronunciato chissà quante volte mentre soffriva o nello slancio, ma espresse nel film diventano incredibilmente banali, sembrano lette dal diario col lucchetto delle scuole medie. L’intento è quello di trasmettere il bisogno d’amore, la gigantesca attrazione fisica e mentale che si sprigiona, la totale irrazionalità che pervade chi vi si lascia andare, come quell’intensità non sia sufficiente a non metter in pericolo la relazione fino a farla andare in pezzi.

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E ancora, come si faccia fatica e si percepisca intollerabile la perdita, fino a supplicare, a pregare anche quando non si è mai pregato, a parlare da soli per riempire quel vuoto, a implorare che accada qualsiasi cosa che dimostri che quel nulla non è reale. Tutte cose che nel momento in cui vengono vissute, sono espresse anche con le stesse parole, ma che se mentre si guarda un film, si sente il protagonista dire, “sono io la persona giusta per te” o “perdonerò tutto, la amerò sempre, ti prego torna da me, ritorna ritorna, voglio stare tra le tue braccia…” diventano ridicole, banali, scontate, abusate, imbarazzanti. Qualcuno ha detto “le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.” Vale per un dialogo, figuriamoci se quelle parole vengono pronunciate in un film. A quel punto non conta più quanto siano vere, diventano dozzinali, a buon mercato.

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O ancora, concetti espressi magnificamente nei precedenti Carne (1991) o Seul contre tous (1998), quali l’evitamento della relazione o lo spingerla alla distruzione per confermarsi solitudine, il cinismo e il disincanto che si respirano negli altri due film, qui vengono espressi con frasi tipo “come può una cosa così meravigliosa portare un dolore così grande? Forse è meglio non amare mai” o “se ti innamori davvero sei il perdente” , che dette così, senza essere supportate da nient’altro che un pene in bella vista o da due gran bei corpi, banalizzano il tutto enormemente, smorzando sul nascere qualsiasi riflessione o coinvolgimento possano essere evocati anche solo seguendo lo scorrere della seppur elementare trama. Altro elemento caratteristico del film è la proiezione del narcisismo di Noè sul suo protagonista e sul suo corpo, che diventa praticamente un oggetto di culto intorno al quale gira tutto quanto.

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Egli vive attraverso il suo personaggio, attraverso la sua virilità e le sue continuamente esibite e sbandierate doti fisiche, dando addirittura il proprio nome a ogni personaggio di sesso maschile che fa parte della storia. Ci fosse stato un pesce rosso maschio lo avrebbe chiamato Gas. E da buon narciso, in realtà ha un concetto di sé infimo: “sono un cazzone e un cazzo non ha cervello”. Qui si riconosce chiaramente il disprezzo per sé steso tanto evidente nei film precedenti. Unica possibile giustificazione o quantomeno eventuale interpretazione che possa spiegare un tale calo di qualità e di stile è che appunto Noè fosse in buona fede e che la sua necessità di condividere certe esternazioni sia fisiche che affettive fosse un tentativo di prendere le distanze da un‘intimità che, così come esprime nei suoi film precedenti, avverte come pericolosa e verso la quale ha aspettative fallimentari e allora esporla, potrebbe essere l’unico modo di immergercisi.

A proposito dell'autore

Roberta Girau

Appassionata di cinema da sempre, tanto da considerarlo un fedele compagno di vita e una malattia ormai felicemente incurabile e irrecuperabile. Ha sempre inserito questa grande passione nel suo lavoro di psicoterapeuta, utilizzando il cinema come vero e proprio strumento terapeutico, scrivendo una tesi e articoli scientifici a riguardo e effettuando sedute di cinematerapia sia individuali che di gruppo. Ha collaborato e collabora con diverse riviste, come Cinefarm, Cinematografo.it, Artnoise.