La religiosa

Nel 1768, in Francia, la giovane Suzanne è costretta alla vita monastica senza averne la vocazione. E' vittima di soprusi ed angherie da parte delle madri superiori e delle sorelle. Suzanne cerca in tutti i modi una via di fuga.
    Diretto da: Guillaume Nicloux
    Genere: drammatico
    Durata: 114'
    Con: Pauline Etienne, Isabelle Huppert
    Paese: FRA, GER
    Anno: 2013
6.4

Un invito a liberarsi dalle superstizioni religiose, come fu visto il romanzo, La religiosa di Diderot, è lo spunto dal quale Guillaume Nicloux, regista belga, trae il uso ultimo film, presentato nella scorsa edizione del Festival di Berlino, La religieuse.

Nella Francia della metà del ‘700 la giovane Suzanne è costretta ad una vita monastica dalla famiglia non avendo modo di sostenere un altro matrimonio dopo quello delle sue sorelle. Così, prima convinta di esserne all’altezza, Suzanne, una volta entrata in monastero, si accorge di non avere la vocazione che credeva. Da qui le rendono ancora più insopportabile il suo stato i continui soprusi ad opera delle consorelle e della stessa madre superiora che non esita a rinchiuderla.
Pur venendo trasferita ad un altro convento, incontrerà questa volta da parte della madre superiora delle attenzioni morbose tanto da farla impazzire, inducendo la giovane alla fuga. “Volevo cercare di allontanarmi del contesto del romanzo e dall’immagine anticlericale di Diderot e concentrarmi sull’essenza del testo, che è un inno alla libertà”.
Così Nicloux sceglie di mettere in scena un film che esprima l’anelito di libertà, pur mostrando gli orrori della prigionia, scegliendo una mise en scene ricercata e resa tanto più suggestiva dall’uso brillante del colore ricorrendo in gran parte alla luce delle candele, tanto da esaltare il pallore dell’incarnato dei volti struccati dei personaggi.
Dunque la scelta di una scenografia tanto accurata rende per lo più illustrativa la resa che, comunque, mette in risalto le prove interpretative, tanto della giovane Pauline Etienne che di Isabelle Huppert, sempre incorniciate dalle vesti monacali i cui colori ne esaltano i visi rendendo la scena profondamente suggestiva. Cercando così di smarcarsi dall’anticlericalismo di Diderot, Nicloux cerca di virare il suo discorso sulla brama, alla fine ricompensata, di libertà.
Contraddistinto da una regia lineare, scegliendo tuttavia uno stile rappresentativo austero e impreziosito dalle grandi prove attoriali, dopo la prova registica di Rivette negli anni 60 dello stesso film, al quale il regista scelse di dare un finale tragico con il suicidio della giovane novizia, Nicloux, predilige per la sua trasposizione, un finale (aperto) che lascia adito ad una nuova condizione alla quale sperare.

A proposito dell'autore

Martina Bonichi

Nata a Roma nel 1978, è laureata in storia e critica del cinema e scrive su diverse riviste del settore. Nel 2012 pubblica "The End - La Solitudine dello spettatore", edito da cinema sud, presentato alla Libreria del Cinema a Roma. Ama Billy Wilder, Max Ophuls, Almodovar e tutto il cinema di fronte al quale un semplice spettatore non può distogliere lo sguardo.