La paura del portiere prima del calcio di rigore

Germania Ovest, 1971. Un portiere di una squadra di calcio, Joseph Block, si fa espellere durante una partita. Vagabonda in giro per la città, incontra la cassiera di un cinema e insieme a lei pernotta in un albergo. Dopo averla uccisa, sosta in una piccola zona di campagna, controllando sul giornale il caso della cassiera morta.
    Diretto da: Wim Wenders
    Genere: drammatico
    Durata: 101
    Con: Arthur Brauss, Kai Fischer
    Paese: GERMANIA OV, AUST
    Anno: 1972
6.4

Così di primo acchitto ad una visione approssimativa e prossimale al disvelamento catartico della menzogna in atto, il linguaggio usato da Wim Wenders nel suo poderoso, misterico La paura del portiere prima del calcio di rigore, assomiglia ad un depistaggio in prima regola. Si comincia con una partita di calcio dove un portiere fa di tutto per venire espulso, in seguito il portiere entra in un cinema dove incontra una cassiera disponibile, i due si incontrano successivamente in una camera d’albergo dove avviene un fatto cruento (fuori campo), per poi lasciare che per il resto del film il protagonista vaghi in una Germania ovest mai vista, desolata ma piena di vita. Lo sguardo assorto del portiere imprime alla vicenda una sensazione di stupefatta attesa di un movimento rivelatore.

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Se il “falso movimento” (come si intitolerà un seguito uno dei film più famosi ed enigmatici del cineasta tedesco) è la cifra preponderante della stilizzazione wendersiana, l’assunto emotivo-quantico di un thriller a bassa quota come questo piccolo film datato 1972 è la forte presenza di un fuori campo minaccioso con cui il regista dialoga di continuo. E’ il fuori campo della Storia. Quando la narrazione “in surplus” incontra il puro dato empirico della prova materiale di un’assenza forte di azione scenica, l’esigenza del cinema di dare valore al “non filmato” rende l’esperienza della visione ancora più stimolante, andando a determinare uno scarto forte tra movimento scenico e la necessità di non mostrare l’infilmabile. Ecco perché Wenders chiude ogni scena come fosse un enigma a se stante, chiudendo il campo su un movimento “falsato” che adduce ad una verità mai negata ma sempre celata.

La paura del portiere prima del calcio di rigore mostra una Germania Ovest che non esiste più. La  sensazione che ho avuto dopo una prima visione è stata quella di aver assistito ad uno strano film dell’orrore. Senza sangue né violenza. Wenders non si abbassa a mostrare il volto della morte, preferisce far sparire il macabro dietro un gesto di stizza o un carrellata laterale, grazie ad una fotografia sempre in tono con un’aria d’investigazione perenne, che collega in maniera indiretta questo grande apologo morale sulla percezione dell’orrore ad uno dei film più sfortunati del regista tedesco, Hammett – Indagine a Chinatown (1982), da molti ritenuto erroneamente uno dei suoi peggiori film. In entrambi i film l’azione si svolge altrove, i protagonisti vagano in una terra di nessuno e il mistero avvolge una vicenda intricata e “sommersa”, dove lo spettatore può liberamente decidere di “sostare” con la memoria. Sia La paura del portiere prima del calcio di rigore sia Hammett sono mondi narrativi abitabili, esempi di una drammaturgia del “surplus” narrativo dove la camera viaggia in immersione perenne, dando lustro ad una visione centripeta dai luoghi impervi e sconosciuti.