La moglie del poliziotto

Tempo presente. Una famiglia tedesca è composta dalla moglie Christine, casalinga, la piccola figlia di 5 anni, Clara e il marito, Uwe, è un poliziotto. Sotto quest'apparente superficie di normalità covano violenze inaudite, perpetrate da quest'ultimo nei confronti della donna.
    Diretto da: Philip Groning
    Genere: drammatico
    Durata: 175'
    Con: Alexandra Finder, David Zimmerschied
    Paese: GER
    Anno: 2013
6.4

Si esce dalla visione dell’ultimo film di Philip Groning quanto meno attoniti, angosciati, ammutoliti. L’unica cosa che si vorrebbe fare e non parlarne affatto, davanti ad un’esperienza visiva sconcertante, pesantissima, nonostante l’uso di uno stile aulico, gelido, poetico, quasi distaccato.

La moglie del poliziotto (Die frau des polizisten) di Philip Groning attanaglia per la sua lucidità. Non siamo come qualcuno ha detto, dalle parti del cinema sadico di Lars Von Trier (Dogville, Dancer in the Dark), bensì nei pressi di quello di Michael Haneke per l’assenza di catarsi, e di quello di Ulrich Seidl (Canicola), per la tendenza alla stilizzazione, per un certo senso di formalismo accentuato che conferisce all’opera la conformazione di un quadro di eccellente bellezza, ma comunque insostenibile psicologicamente.
Lo si può dire senza tante mezze misure: la visione, pur non eccedendo nella messa in scena voyeuristica o spettacolarizzante della violenza, è quella di un inferno domestico dal quale non si esce. Chi si vuole addentrare all’interno del film di Groning è dunque avvertito. Nessuna catarsi, solo ripetute violenze di un marito impassibile contro la moglie vessata, continuamente picchiata, umiliata anche davanti alla bambina di 5 anni.
Il marito si presenta come una persona normale che rivela bassezze atroci e inconfessabili. Viene presentato come una persona che sta poco bene, la moglie dal canto suo gli resiste con un coraggio a dir poco stoico. Groning da par suo sposa un atteggiamento estremamente delicato pur avendo davanti una problematica difficilmente tollerabile.
Il regista tedesco mette in scena quadri di durata, spesso anche minima, di accecante, elementare bellezza, si sofferma sui dettagli dei luoghi dell’orrore, lascia che gli elementi della contraddizione semiotica, anche i più stridenti, rimangano solidamente uniti, come se amore e orrore convivessero insieme in una simbiosi diafanica che rasenta il raccapriccio.
Di opere di denuncia così si fatica a parlare, essendo l’orrore rimasto in gola, paralizzato da un’assenza di salvezza per la protagonista, che attanaglia lo spettatore, rendendolo partecipe di una situazione che non vorrebbe mai vivere così da vicino. Ma questo è il cinema di denuncia che Groning a deciso di portare avanti: il formalismo che accompagna l’intera operazione tende a lasciare una sensazione straniante di diffusa incomprensione nello spettatore, che non arriva mai a capire i gesti efferati del giovane marito, sempre schizofrenico e perennemente malato dall’ansia di perdere l’oggetto del proprio amore mortale.
Il film è diviso in 59 capitoli, in una struttura narrativa inesistente e compatta che fila via con grazia estetica impareggiabile, e se non ci fosse di mezzo il tema scandaloso e rivoltante della violenza domestica, si potrebbe benissimo parlare del film più elegante, affascinante, sofisticato, penetrante dell’anno.
Ognuno dei 59 capitoli inquadra un piccolo gesto quotidiano, questo fa del film di Groning un’opera pressoché unica nella storia del cinema: mai vista una simile divisione in quadri-capitoli. Groning possiede uno stile ambizioso e ricchissimo. Forse i parametri estetici “normali” che si usano normalmente per qualsiasi altro film, in questo caso non valgono.
Groning annulla spazio e tempo, denuncia, universalizzandolo, un problema gravoso che è nascosto in ogni alcova familiare del mondo; non si erge mai a compassione per nessun personaggio, terminando la successione di quadri con una serie di domande che servono ad accendere il dibattito e risvegliare la coscienza.
Anche se la mancanza di catarsi finale, con lo sguardo preoccupato della figlia, genera il dubbio più grande di tutti: se il personaggio della moglie non si salva, perché aver mostrato tutta quella violenza?
A cosa serve La moglie del poliziotto, solo a far accapponare la pelle dello spettatore, lasciato inerme a riflettere su fatti incontrovertibili e inauditi? Siamo arrivati alle porte del documentario poetico, della stilizzazione eccessiva ed eccellente dei fatti, della documentazione frammentaria dell’orrore quotidiano.
Non ci si vuole abituare ad un cinema simile, un cinema che strozza l’urlo in gola e lascia partorire metastasi di morte incancellabili. Chi è pronto ad affrontare un simile spettacolo?

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).