Il ministro L'esercizio dello Stato

Durante la notte un grave incidente costringe il Ministro dei trasporti ad accorrere sul posto per lasciare dichiarazioni e coordinare i soccorsi.
    Diretto da: Pierre Schoeller
    Genere: drammatico
    Durata: 112'
    Con: Olivier Gourmet, Michelle Blanc
    Paese: FRA, BEL
    Anno: 2011
6.3

Delle maschere nere coprono il volto di chi si affretta a comporre una scena sontuosa. Oggetti su un tavolo, delle poltrone ed una lampada compongono una scenografia teatrale di una stanza del potere, rapida nei movimenti come i fatti che avvengono e silenziosa come i voltafaccia dei personaggi che si aggirano sulla scena. Una donna nuda cammina sedotta dal potere al quale si offre in pasto, un caimano.

Così nell’onirico preludio in cui dominano le costanti del rosso e il nero, simbolo di ambizione, brama e cinismo, il film, Il ministro L’esercizio dello Stato di Pierre Schoeller – presentato allo scorso Festival di Cannes – si apre raccontando la fame di potere di un uomo politico che vede se stesso scisso tra la figura della vittima sacrificale ed il carnefice, egli stesso a metà tra la donna che si offre in pasto ed il caimano che la divora.
”E saremo come tigri fameliche nella notte buia”, così, temprato dal suo sogno, recita allo specchio prima di recarsi sul luogo di un incidente di fronte al quale dovrà giustificare il suo operato di Ministro della Giustizia.
Prefigurando nel sogno il film e l’uomo stesso, Schöeller costruisce una regia in cui ogni elemento sembra posto al centro del quadro come un intralcio al quale opporre ora la veemenza ora la pacata volontà di mediare, sorretta dal feudo sul quale regna.
Così il film si costruisce sulla meccanica del potere che allo stesso tempo il suo protagonista conduce, sorregge ed impone, continuamente in bilico tra la sua natura famelica di costruirsi una storia politica, legittimata dal potere, e la vulnerabile parvenza di umanità.
Così la natura dell’uomo pubblico come quella privata non sembrano scindersi ed intrecciarsi l’un l’altra quanto piuttosto sovrapporsi, lasciando che ne emerga un’immagine dissonante, straniante, doppiata dalla scelta di sonorità distinte alienanti, chiassose o mute, tali da sottolineare una meccanicità che sembra sul punto di interrompersi in ogni momento.
E’ la ritualità del potere che si mette in scena, quel potere che si insegue nelle conversazioni telefoniche al cellulare, in cui ogni parola è pesata, quasi una dichiarazione ufficiale, presto contraddetta senza badarci troppo.
Ed è così che il rituale nutre il film che racconta come un uomo che vuole apparire incorruttibile in realtà corrompa, in cui la meschinità, i vizi ridicoli siano la reale e tangibile natura di chi cerca di fingersi al di sopra.
Così l’ingranaggio, per quanto precario e sempre sul punto di rompersi, quando l’uomo perde popolarità e consensi, ritrova la sua forza, si risolve, riprende il ritmo, come una giostra indaffarata che continua, nonostante tutto, la propria danza attorno al potere.

A proposito dell'autore

Martina Bonichi

Nata a Roma nel 1978, è laureata in storia e critica del cinema e scrive su diverse riviste del settore. Nel 2012 pubblica "The End - La Solitudine dello spettatore", edito da cinema sud, presentato alla Libreria del Cinema a Roma. Ama Billy Wilder, Max Ophuls, Almodovar e tutto il cinema di fronte al quale un semplice spettatore non può distogliere lo sguardo.