Il figlio di Saul

1944, Auschwitz. Nel campo di concentramento gestito dalla Sonderkommando il prigioniero Saul Auslander ha l’aberrante incarico di bruciare i corpi di ebrei come lui. Saul riesce a salvare il corpo di un ragazzino che gli ricorda suo figlio. L’intento di Saul è di cercare un rabbino per dare sepoltura al corpo.
    Diretto da: Laszlo Nemes
    Genere: drammatico
    Durata: 107
    Con: Géza Rohrig, Levente Molnar
    Paese: UNG, USA
    Anno: 2015
8.2

Raramente un esordio nel lungo è stato coronato da un tale successo nelle competizioni internazionali. L’ultimo caso di rilievo si è forse registrato nel 2007, quando Florian Henckel von Donnersmarck ha vinto l’Oscar al miglior film straniero con lo stupendo La vita degli altri. Oggi, nel 2016, assistiamo al sorgere di un nuovo talento, che dopo essersi conquistato lo scorso maggio il Gran Premio della Giuria a Cannes 2015 ha fatto suo un Golden Globe, puntando ora direttamente alla statuetta dorata.

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L’ungherese László Nemes racconta in Il figlio di Saul  i campi di concentramento da un’angolazione di cui certo non si è abusato negli anni passati. Il protagonista Saul (Géza Röhrig) è membro di un Sonderkommando, ossia di un gruppo appartenente alle unità speciali composte in prevalenza da deportati di origine ebraica incaricate di collaborare nei processi di sterminio avendo in cambio (temporaneamente) salva la vita. La stessa realtà era stata precedentemente resa oggetto di narrazione ne La zona grigia di Tim Blake Nelson (2001) e nel monumentale documentario Shoah di Claude Lanzmann (1985). La ricerca incessante di un rabbino che compia i riti funebri e aiuti Saul nella sepoltura di un ragazzo che riconosce come proprio figlio, sopravvissuto alla gassificazione e successivamente deceduto per mano dei medici incaricati, offre lo spunto adatto all’esplorazione dei diversi reparti del lager in cui operano i “portatori di segreti”, cui spetta la confisca dei beni di valore, lo sgombramento dei “pezzi” (così sono crudelmente definiti i nudi corpi esanimi), la loro cremazione e conseguente dispersione delle ceneri.

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Il senso di soffocante tensione che il regista vuole ottenere, all’interno della vicenda come in sala, è suggerito da un’interessante partita di scelte originali. Prima fra tutte, il costante distacco dall’ambiente circostante (realizzato attraverso una elegante messa a fuoco a cura del talentuoso direttore della fotografia Mátyás Erdély, per un certo periodo addirittura in odore di nomination) che interessa questa “Antigone novecentesca”, un prigioniero quasi afasico, lungi dal poter essere compreso e soccorso nella sua disperata lotta contro una morte esecrabile, conscio di quanto sia atroce la condizione in cui versa: essere al tempo stesso oppresso e oppressore, vittima e carnefice, martire ed assassino. Questo scenario di ossessionante chiusura è inasprito dalla magrezza del rapporto d’aspetto (quasi 1:1), che quindi si oppone ad una rappresentazione d’insieme, la cui frammentata simultaneità invero è in parte ricomposta dal largo ricorso a longtakes e piani sequenza, adozione formale sovente efficace, tuttavia a tratti rischiosa in quanto tende a sottrarre dinamicità allo svolgimento, specialmente quando al soggetto delle immagini non corrisponde una ricchezza espressiva rinvenibile parimenti in altre scene. Altresì percepibile è la totale assenza di musica extra-diegetica (eccezion fatta per i titoli di coda), sostituita idealmente da un’insopprimibile e a-gerarchica coltre di urla di straziante dolore e di comandi dalle sprezzanti inflessioni.

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Il grande impatto che Il figlio di Saul riesce ad innescare è ancor più encomiabile se si considera la rinuncia ai toni melodrammatici, all’iperrealismo (lo scempio che attornia il personaggio principale è già difficilmente sopportabile per quanto evitato dal suo stesso sguardo e dalla mpd), e viceversa il desiderio di evocare un episodio così tragico in totale sincerità e veridicità, anche nell’utilizzo delle lingue (predominante quella tedesca), anche nella proposta modesta, e pure poetica, dell’ineluttabilità di un destino che copre colpevoli ed innocenti, di qualunque credo ed etnia essi siano.

A proposito dell'autore

Raffaele Lazzaroni

Classe 1995, in anni recenti si è incontrovertibilmente innamorato del cinema, interessandosi a qualunque genere di qualsiasi epoca, ma senza mai perdere la bussola della qualità artistica. Frequenta il DAMS a Padova e cura un suo canale YouTube di critica cinematografica, "Il taccuino del giovane cinefilo".