Hiroshima Mon Amour

Un'attrice francese e un giapponese si incontrano per caso a Hiroshima, durante le riprese di un film. Nel teatro della città ancora devastata dal bombardamento del '45, i due si innamorano, sapendo che la loro unione sarà destinata a durare poco.
    Diretto da: Alain Resnais
    Genere: Drammatico
    Durata: 90'
    Con: Emmanuelle Riva, Eiji Okada
    Paese: FRA, JAP
    Anno: 1959
8.6

La differenza tra chi sogna e lo spettatore di cinema, sosteneva Christian Metz, risiede nella percezione della differenza che chi è seduto al cinema ha. In altre parole, esiste una distanza fra impressione di realtà e sogno vero e proprio. A distanza di oltre 50 anni dalla sua uscita, Hiroshima Mon Amour (1959), esordio nel lungometraggio di Alain Resnais dopo una serie di documentari che solo per convenzione si possono chiamare tali, sembra un risoluto tentativo di smentita di questa sorta d’assioma.

In senso lato, la forza ipnotica che fuoriesce ancora oggi dal film di Resnais, appena sgualcita dall’artificiosità di alcuni dei dialoghi scritti da Marguerite Duras, è produttiva di significato di per sé; l’ossessione di misurarsi con il ricordo e definirne la relazione col tempo e lo spazio della vita presente, che sarà il motivo dominante (in forma ancora più radicale) del successivo L’anno scorso a Marienbad (1961), deborda in ogni direzione e si affaccia al di qua dello schermo in un modo che pochi altri film hanno saputo da allora raggiungere. E non è questione di immergersi nella diegesi, di cedere al racconto dell’amore estemporaneo ancorché intenso tra un’attrice francese e un architetto giapponese filtrato dalla memoria di un sentimento analogo per un soldato tedesco durante la guerra.
Il fatto è che Hiroshima Mon Amour possiede il raro dono dell’opera che va davvero alla radice del problema e coglie la tragedia del contemporaneo: l’azione del Tempo. Con la radicalità di pochi altri lavori (l’incompreso, irrisolto, “scandaloso” Irreversible (2002) di Gaspar Noè, per esempio, ne faceva addirittura il proprio motto: “Il tempo distrugge tutto”), il film di Resnais coglie il nesso tra il ricordo e l’orrore, tra la tragedia e la possibilità di aggirarla, scansarla, “vederla” metaforicamente. Nel mediometraggio Notte e Nebbia (1955), Resnais affrontava non a caso l’allucinante realtà dei campi di sterminio con l’occhio di chi coglie l’eco del disastro e si affanna nel tentativo di non disperderne la plastica forza ed evidenza (andrebbe ricordato qui anche un altro documentario di Resnais, Les Statues Meurent Aussi, del 1953).
Il dolore del ricordo di un amore finito nonostante la sua definitività, affligge Emmanuelle Riva (non a caso scelta da Michael Haneke per il suo Amour, altro film contemporaneo ed essenziale sull’impotenza dell’amore) al pari delle immagini con le rovine di Hiroshima dopo la bomba, tanto più angoscianti quanto meno se ne può cogliere la presenza costante, qui e ora. Il tempo della dimenticanza sembra più concreto e presente di ogni sforzo di restare lucidi e coscienti. L’impressione di realtà della città distrutta (la prima parte del film, in cui permangono in forma palese le tracce dell’iniziale progetto di girare un documentario sulla tragedia nucleare, è ancora sconvolgente) scivola nell’indistinto dei ricordi. “Tu non hai visto niente a Hiroshima”. E le immagini della cittadina di Nevers, con una luce e un rilievo “differenti” – la cosa è generalmente attribuita al lavoro di due operatori diversi – ristabiliscono solo parzialmente le gerarchie del sogno e del reale, che verranno fatte a pezzi nei successivi lavori di Resnais.
Nel documentario Hiroshima, le Temps d’un Retour (2004) di Luc Lagier si evidenziano alcuni tratti simbolici del film, come l’insistenza simbolica sull’acqua e sul suo scorrere (il film ha vari riferimenti ai fiumi, ma mostra anche immagini dei due amanti sotto la doccia, per esempio), ma forse nulla come lo stile prevalente di Hiroshima Mon Amour, costituito soprattutto da flashback, lunghi carrelli e dialoghi in forma di soliloquio, richiama questa idea di fluidità ininterrotta. Fu un anno e uno snodo decisivo, per il cinema francese ed europeo in generale, il 1959.
L’esplosione della Nouvelle Vague e il picco creativo di alcuni grandissimi cineasti (con Francois Truffaut che vinse il premio per la regia a Cannes per I Quattrocento Colpi (1959) e, in parallelo, autori come Fellini e Antonioni che girarono film decisivi come La Dolce Vita (1960) e L’Avventura (1961), non a caso rispettivamente Palma d’oro e Gran Premio della Giuria nell’edizione del festival francese l’anno successivo) non fa però passare in secondo piano Hiroshima Mon Amour: e questo basta per dire che il film di Resnais rimane uno dei massimi capolavori della storia del cinema.

A proposito dell'autore

Denis Zordan

Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...