Enemy

Un insegnante divorziato, Adam, vive insieme alla fidanzata Mary. Un giorno, dopo la visione di un film, rimane colpito dalle sembianze di un attore che ha i suoi stessi lineamenti. Adam inizia a fare ricerche su quest'uomo misterioso.
    Diretto da: Denis Villenueve
    Genere: thriller
    Durata: 90'
    Con: Jake Gyllenhaal, Melanie Laurent
    Paese: CAN, SPA
    Anno: 2013
7

Dall’incontro tra il mondo poetico del premio Nobel per la Letteratura José Saramago e il discorso autoriale (per certi versi largamente velleitario) del canadese Denis Villeneuve, già noto per Prisoners (2013) e La donna che canta (2010), ci si poteva aspettare senz’altro il peggio. Enemy (2013) invece è un film che non sembra intinto nella letterarietà.

Certo, il tema del doppio beffardo e malvagio (doppelgänger) viene dritto da Il Sosia di Dostoevskij e l’assurdo della situazione in cui il protagonista si trova calato fa pensare inevitabilmente ai romanzi di Kafka. Ma la scrittura torrenziale di Saramago, dal cui L’Uomo Duplicato è ispirato il film, viene asciugata e costretta in un thriller ambizioso e calcolato, la cui messa in scena non tradisce mai eccessi o dissonanze che mettano sulla pista giusta lo spettatore.
In termini diversi, il senso del discorso è mantenuto in una penombra che è la medesima del ceruleo e avvolgente décor, di netto stampo cronenberghiano (la scelta di girare a Toronto appare inoltre come un plausibile omaggio al più famoso connazionale, che vi è nato e l’ha utilizzata nei primi film della sua carriera: e d’altra parte la skyline della metropoli è assai meno conosciuta, e inevitabilmente straniante, rispetto a quella di altre città più “battute” dal cinema americano).
Il gioco è tale se si è disposti a giocare. Rompendo fin dalla sequenza iniziale con le convenzioni narrative, Villeneuve insiste con abilità su piani che slittano continuamente dal reale al subconscio e conferiscono a Enemy un andamento che riflette la dubbiosa e frastornata ricerca di Adam (a cui Jake Gyllenhaal dona un’adeguata goffaggine), professore di storia alle prese, più che con un alter ego inafferrabile, con la ragnatela delle proprie ossessioni (il racconto è disseminato di ragni, non a caso) e delle proprie inadeguatezze, familiari e amorose.
È un altro di quegli uomini incolori e fuori scala che il cineasta canadese ritrae da tempo, come in Prisoners: essi sono in difficoltà col passato, che tentano di afferrare per schemi senza riuscirci (durante le sue lezioni Adam sottolinea ripetutamente i ricorsi della storia) e non possono mettere a fuoco il presente, nel quale proiettano le loro aspirazioni e i loro dissidi interiori, miccia di ulteriori equivoci e disagi individuali messi a nudo in particolar modo nei rapporti frustranti con le donne della loro vita.
Parrà a molti un lavoro pretenzioso e in conclusione anodino, Enemy. Ma lasciando da parte l’enigmatico e ironico finale, rimane un esercizio di stile che non difetta di coerenza e compattezza.

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Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...