L'ignoto spazio profondo

Un alieno proveniente dal pianeta Andromeda racconta la storia della mancata integrazione della razza umana con la razza aliena.
    Diretto da: Werner Herzog
    Genere: fantascienza, documentario
    Durata: 80'
    Con: Brad Dourif, Donald Williams
    Paese: GER, FRA
    Anno: 2005
6.8

“Ringraziamo la NASA per il suo senso poetico”. Herzog non è di questo mondo. Per The wild blue yonder si serve di materiale documentario di vario genere (tutte riprese abbastanza normali e banali) e le rielabora in qualcosa di assolutamente inconcepibile. Magma apocalittico. Questo è il racconto di una mancata ricezione tra due razze, quella degli esseri umani e quella aliena, entrambi cercano un nuovo terreno dove stabilirsi, nessuna delle due lo trova. L’affabulazione dell’alieno Brad Dourif (ma che scelta radicale e geniale che ha avuto Herzog!) è dotata di un controcampo indecidibile. Siamo noi quelli che ascoltano la favoletta venuta da Marte, o è l’arco riflesso della mdp fluttuante? A Chi sta parlando l’alieno? E il fuori campo è riferito alle immagini dell’esplorazione del sottosuolo alieno, di Andromeda, che viene setacciata ed esaminata da cima a fondo in un atmosfera pacata da terzo millennio. La fotografia raggiunge un tale miracolo di saturazione visiva che quasi si stenta a concepirne la metamorfosi interna, quasi una stato di estasi nascente, o della sincronizzazione post-sinaptica, come una connessione mesmerica con un alta sfera di un universo inverosimile e bistrattato. Un trattato di filosofia quantica, un esercizio di ludicità entropico come danza diademica intorno al nulla che circonda la creazione, gli atomi, i quanti di luce, le sfere lunari e i silenzi assertivi di una creazione scopica, nuda verità imbarazzante di un cosmo muto e languido, che giace opaco nel ventre illuminato di una scoperta fatiscente.

Questo potrebbe essere un riassunto delle sensazioni che si provano quando si ha davanti un’opera come  L’ignoto spazio profondo ( The Wild Blue Yonder) di Werner Herzog del 2005, presentato all Mostra del cinema di Venezia alla sezione Orizzonti, all’epoca fu salutato come un film che riconciliava con il cinema e fece pensare ad un ritorno in grande del cineasta Werner Herzog, dopo il documentario Il diamante bianco (The White Diamond) e prima di Grizzly Man, il documentario su Timothy Treadwell.
Il film si Herzog si colloca su diversi piani, la fantascienza, il mockumentary, la sperimentazione audio-visiva di toni e modi del racconto fantastico, la sospensione dell’incredulità nella forma di un nuovo modo di fare cinema, con gli scarti del girato presi da diversi contesti, per andare a costruire una forma cinematica che sfugge ad ogni regola e regala finalmente il piacere della sospensione ermeneutica del sublime. L’abbandono di qualsiasi forma di retorica accompagna un film denso di enigmi, di scherzi, amplia ogni volta lo spettro del visibile, conduce l’occhio verso una fantasia dolce e gretta, umilia il cinema di fantascienza hollywoodiano aprendo allo spettatore scenari di desolazione che inseriti in un contesto del genere si trasformano in un’opera di pura poesia.
Herzog stira le immagini, allargandone i dettagli, alleggerendone il peso, acutizzando la forma come rimando ad una logica del trapasso in cui lo ieri diventa la piattaforma visiva del domani, in mezzo, una transazione di voci, lamenti subacquei, meduse dalle forme inquietanti, esseri viventi che sbucano dai fondali come Monadi morenti, una fotografia sublimata in colori glaciali che rubano emozioni a man bassa. Questo è il cinema che si vorrebbe sempre vedere da Herzog, un condensato immersivo di luci e chiasmiche voci oriunde.

La straziante bellezza del film Herzog rimanda ai primi film, alla semplicità del cinema muto, come una ricognizione intorno ad un passato che ha tracciato un segno indelebile nella memoria di ogni spettatore.
Quella di Herzog è una pantomima fantasmatica intorno ai viaggi nel tempo, nella considerazione dell’esistenza di una mappatura delle autostrade temporali, il viaggio all’interno di un cinema così ricco, è incentrato nell’abissale sprofondamento verso un luogo imprecisato delle anime morenti di questo viaggio al termine di ogni tempo immaginabile. Herzog rinuncia ad ogni plusvalenza stilistica, si immerge negli enigmi e negli inganni di una atemporalità metafisica mai negata ed è come se pregasse, è come se chiedesse espressamente ogni volta alle immagini di compiere un passo ulteriore, chiede una messa in cornice della bocca dell’abisso. Herzog chiede alla bocca dell’abisso di spalancarsi davanti allo spettatore, così le danze all’interno della navicella paiono pure emanazioni di una forza spaziale intrinseca che divora i suoi danzatori, li introduce in un vortice dove il dubbio e la mancanza di appigli ad un reale sempre più lacerato, portano la percezione a confondere i diversi piani interpretativi, annunciando The Wild Blue Yonder come una prospettiva distorta all’interno della quale ri-vedere il tempo, lo spazio, le distanze, i corpi fluttuanti nella sfera concentrica del nulla, code riposano i sogni, dove si stendono le murene per contemplare le cattedrali ghiacciate dei fondali del Circolo Polare Artico, che sembrano davvero appartenere ad un pianeta alieno.

Signori, un film che forse non è un film, è pura emozione, ci si lascia trasportare da questo esperimento visivo quasi con le lacrime agli occhi, perché si ha visto l’infinito parlare con Dio, chiedendogli grazie per un creato che soggiace a delle forze che non capiremo mai.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).