Qualcosa di travolgente

Un facoltoso e annoiato manager, Charle Driggs, incontra per caso Lulu, una giovane, bellissima donna che le fa vivere un week-end all'insegna della trasgressione. Ad una festa notturna, incontrano per caso Ray Sinclair, ex galeotto. La storia prenderà pieghe imprevedibili.
    Diretto da: Jonathan Demme
    Genere: commedia
    Durata: 114'
    Con: Jeff Daniels, Melanie Griffih
    Paese: USA
    Anno: 1986
7.1

Un cinema di continue variazioni, un’epigrafe condannata alla modernità, arazzo contundente, florilegio di immense sorprese. “Something Wild” (“Qualcosa di travolgente“) di Jonathan Demme, nel 1986, continua la via tracciata dal Velluto Blu lynchano, confermando il desiderio rubato degli anni ’80 di farsi cinema come arte del racconto in frammenti e nell’innovazione controllata della forma classica.

In Qualcosa di tratoglente commedia e thriller si formano e si fondano sapientemente attraverso guizzi di longilinea virulenza, acquattati nel riverbero di una struttura che più classica non potrebbe essere, in una commedia dove a metà film spunta anche un apparentemente innocuo ballo di una festa di ex studenti di Liceo e, la più classica dicotomia tra i due uomini disperati che si combattono per la stessa donna, si trasforma in un incendio stilistico tale da far gridare al miracolo.
Demme lavora nel solco della suspence mettendo in scena il duello impossibile (nello spazio e nel tempo) tra eros e thanatos, concludendo il viaggio nell’assurda America di provincia di pazze ed ex galeotti pronti a tutto, con una super classica chiusura del cerchio, in cui tutto nell’ordine della coppia si ristabilisce, perché il violento è stato sconfitto, esattamente come in Velluto Blu con la morte del “mostro” Dennis Hopper e la coppia di svitati di genio Daniel-Griffith può andare oltre, con un passato pesante e un futuro certamente imprevedibile.
Se il terzetto di attori lavora alla grande sulla scena, conferendo uno smalto che non si ripresenterà più nei decenni a venire, la regia di Demme, prima dell’exploit de Il Silenzio degli Innocenti (1991), esplora il mito della frontiera, il road movie come essenza pura del mito americano, liberando il cinema americano del mito reaganiano della famiglia perfetta, così come aveva fatto, ma con risultati altamente disdicevoli, Dennis Hopper con Easy Rider (1969), con il mito finto della moto e la sua arroganza estetica sulle droghe come liberatrici dei sensi e della coscienza.
Qualcosa di travolgente fa a meno di droghe e moto, Jeff Daniels è un uomo d’affari che suo malgrado entra in un gioco più grande di lui, dovendosi rifare una vita dopo che la moglie l’ha piantato togliendogli anche i figli e per riprendersi la felicità perduta arriverà a comportarsi come la folle Griffith che lo abborda e gli fa vivere un inseguimento verso il tempo perduto, facendolo diventare qualcosa che non è, un truffatore, un assassino per amore, un pazzo non curante dell’aspetto e della reputazione.
La marcia in più all’intera faccenda la dà Ray Liotta, vera e propria rivelazione, qui molto meglio nella parte dell’ex galeotto appena uscito dal carcere che in Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese dove vestiva i panni del mafioso. Liotta è una forza della natura, sgomita e brandisce la sua arma di seduzione come un macete di crtistallo, inducendo da catalizzatore per il motore della vicenda, mettendo quella carica di adrenalina punk che è necessaria alla concezione della commedia da parte di Jonathan Demme, che non troverà mai più un altro interprete come lui.
Qualcosa di travolgente sintetizza al meglio il volto dell’America più oscuro, il ventaglio di possibilità inesplorate, la trasgressione come legittima prova di difesa incivile contro la civilizzazione imposta da un paese mai riappacificatosi con la propria storia. Demme è stato (forse ancora lo è, come ha dimostrato in The Manchurian Candidate, 2004) il cantore di questo squarcio invisibile di violenza urbana che implode con uno stile e una furia mai visti, avendo come modello irrealizzabile la struttura a “disvelamento lento” del paradosso e la naturale dicotomia ragone/follia concomitante ad un desiderio di libertà mai definitivamente rimosso.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).