La teoria del tutto

La vita del fisico Stephen Hawking, fisico cosmologo affetto da atrofia muscolare progressiva. All'Università conosce una giovane studentessa di letteratura, Jane, che diventerà sua moglie.
    Diretto da: James Marsh
    Genere: biografico
    Durata: 123
    Con: Eddie Redmayne, Felicity Jones
    Paese: UK
    Anno: 2014
7.6

Che il cinema abbia sempre avuto un debole per storie di individui sensazionali in continua e titanica lotta contro le restrizioni dei tempi, della società e, in certi casi, del loro stesso corpo, non è una grande novità. Da A Beautiful Mind fino al recentissimo The Imitation Game le storie di geni rinchiusi in gabbie più o meno reali, più o meno solide, emarginati dagli altri o da sé stessi sono sempre state, spesso e volentieri, alla base di molte di quelle pellicole che puntavano su storie forti e dalla sicura presa emotiva.

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Poco sorprende allora che, tra le narrazioni di geni tormentati e incompresi, ad essere messa finalmente in scena, analizzata, romanzata sia la vita di una delle personalità più importanti (tanto per il mondo accademico e la divulgazione scientifica quanto per la stessa cultura di massa) degli ultimi decenni, il fisico inglese Stephen Hawking. Il problema semmai sorge dal momento in cui a un soggetto particolarmente carico di implicazioni, riflessioni, spunti tutt’altro che scontati, subentra l’appiattimento uniformante di una parabola sentimentale pretenziosa che fa della semplificazione dissimulata la sua principale ragione d’essere.

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Quanto sarebbe affascinante, nel nostro piccolo, entrare nel vastissimo universo che si nasconde nella mente di un genio, quanto coinvolgente prendere parte alla tenacia di un animo mai sconfitto che alla banale speranza ha saputo contrapporre l’inesauribile ricerca della verità, quanto dolorosamente significativo comprendere il dramma di una vita menomata, disgraziata, eppure così degna di essere vissuta. James Marsh, regista di ragguardevole talento (suo l’ispirato documentario Man on Wire), ha però altro in mente e, messa da parte una indubbia vena autoriale, decide così di confezionare una storia classica di stampo fortemente hollywoodiano, più attenta a sbrogliare altrimenti intricate dinamiche affettive piuttosto che avere il coraggio di seguirle fino in fondo, senza ipocrisie, senza filtri spettacolari, lontano da una visione formalmente impeccabile e abbagliante.

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Tratto dal libro biografico di Jane Wilde, ex moglie del fisico, La teoria del tutto (ovvero l’ossessione di una vita, conciliare teoria quantistica con teoria della relatività) non diviene allora altro che un coinvolgente dramma romantico edificante ed edulcorato da qualsiasi (pesante) problematizzazione, dove ai progressivi (e appena accennati) successi accademici di una carriera brillante e stimolante seguita di pari passo da un’incalzante e tremenda malattia (l’atrofia muscolare progressiva) si affianca, sovrastandoli, una storia d’amore intensa, tormentata, sì, ma più che mai gratificante.

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E’ proprio da quella mente unica ed esaltata in ogni secondo del film che ci troviamo, paradossalmente, tagliati fuori, troppo presi a seguire suggestioni romantiche, coordinate affettive spesso commoventi ma vuote nella loro forzata patinatura, spente nella banalizzazione di una vita, nel ricatto emotivo di una storia che non sa osare, che non sa essere realmente autentica e sincera, lasciandoci solo la consapevolezza di quanto si sarebbe potuto fare e invece non si è fatto.

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E pensare che i mezzi ci sarebbero stati, con un Eddie Redmayne camaleontico e strepitoso nella sua interpretazione degenerativa, un’involuzione fisica disperata e angosciante, e con una Felicity Jones tenera coprotagonista combattiva e combattuta di una storia d’amore più che mai difficile. É allora forse il timore dell’immobilità, dell’inazione vegetativa del suo protagonista, dell’introspezione troppo marcata a frenare le aspirazioni di un film costretto troppo spesso, per intrattenere, a delegare, relegando, più di una volta, il principale interprete in un angolo, ostacolo ingombrante (tanto per il suo handicap quanto per il suo genio, in fin dei conti) anche per un film a lui dedicato.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.