La danza della realtà

Il regista cileno Alejandro Jodorowsky racconta le esperienze vissute durante la sua infanzia, trascorsa per 10 anni a Tocopilla. Dall'amore per il teatro alla scoperta dell'essenza più pura del surrealismo, fino ad incontri circensi e mirabolanti avventure all'interno di un circo.
    Diretto da: Alejandro Jodorowsky
    Genere: drammatico
    Durata: 130'
    Con: Brontis Jodorowsky, Alejandro Jodorowsky
    Paese: CILE, FRA
    Anno: 2013
8.3

Più di due decenni di assenza dal grande schermo non sono cosa da poco, e non lo sono neppure quegli ottantacinque anni che normalmente frustrerebbero qualsiasi tentativo di ritorno in grande stile. Se c’è una certezza, però, è che l’aggettivo “normale” davvero poco si possa accostare all’opera e alla vita di Alejandro Jodorowsky, regista visionario, autore prolifico e moderno sciamano cileno. Quello che emerge dalla visione de “La danza de la realidad”, ultima fatica tratta, almeno nella prima parte, dal suo romanzo autobiografico omonimo, è proprio l’impossibilità del tempo di intaccare, coi suoi effetti logoranti e distruttivi, un’arte immutabile nella sua forza e coerenza.

Alla maniera dell’alchimista da lui stesso interpretato nel suo capolavoro assoluto, La montagna sacra, Jodorowsky dà vita a un prodigio che amalgama in una formula unica e irripetibile ricordi, sogni e storie di un paese ora concreto ora fantastico, un Cile senza tempo dove la piccola cittadina di minatori di Tocopilla diviene il centro di un coloratissimo impero della mente, fulcro onirico di un’immaginazione senza confini. Un mondo trasfigurato in un universo poetico dal fenomenale impatto visivo, un Amarcord anomalo e personalissimo nel suo incessante gioco tra surrealismo e simbolismo, tra ispirata tragedia catartica e divertita commedia grottesca.
Una parabola di farsesca e commovente magia, dove la linearità di una narrazione semplice seppur insolita si scompone in affreschi colorati e multiformi, indice di un’abilità e di un gusto mai sopito, capace di dar vita a potenti immagini attraverso una costruzione minuziosa e barocca dell’inquadratura in un sovraccarico sensoriale ed emozionale che fa dell’eccesso il suo maggior punto di forza. Un gusto che si palesa sin dalle prime sequenze, spettacolo caleidoscopico e sognante di un’infanzia fantastica e mitica, dove le (dis)avventure del piccolo Alejandro si fondono con quelle del suo particolarissimo pantheon, da una madre che vede nel figlio la reincarnazione del proprio defunto padre e che comunica cantando, come se tutta la sua vita fosse un’immensa opera lirica, a un padre rude, stalinista e autoritario, ai limiti della macchietta iraconda, ossessionato dal terrore di avere un figlio effeminato, passando per sincretici santoni ammattiti, improbabili rivoluzionari, artisti da circo felliniani e ridicoli concorsi canini.
Sarà proprio la grezza, limitata figura del padre però ad assumere, col progredire della narrazione, il ruolo di protagonista assoluto, una sorta di figura cristologica in divenire, in un’originale epopea omerica dove l’infinita danza dei sentimenti e degli affetti convola in quella “psicomagia” teorizzata (e praticata) dall’autore cileno dove ogni fatto trova la sua giusta corrispondenza, ogni malattia, anche mortale, trova la propria cura se solo si è capaci di guardare davvero dentro sé stessi, al di là di ogni paura e mistificazione. Una dimensione unica dove la realtà si fonde alla perfezione con la finzione, l’arte con la vita, in un prodotto dove entrambe si scoprono irrimediabilmente fatte della stessa, identica sostanza.
E così ecco che a interpretare il ruolo del padre non può esserci che Brontis Jodorowsky, figlio del regista e già interprete a suo tempo del bambino nel leggendario El Topo, in un cerchio che, metacinematograficamente, si chiude, finendo con il fare di questo stravagante, eclettico lungometraggio l’ennesimo, anomalo viaggio iniziatico, punto di arrivo di un percorso artisticamente e umanamente ben chiaro e coerente da parte di un autore, un mistico, un mago capace di congedarsi serenamente dal mondo del cinema nell’attesa, forse, del più grande dei misteri, al di là del mare infinito di un’esistenza visionaria.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.