Da The Polar Express a The Walk lo Zemeckis-pensiero rimane inalterato. Il furore della mdp deve fare da controcampo ad un’ideologia imperniata sulla dimostrazione che l’American Dream è l’unico lascito che la modernità cinematografica abbia mai concepito come l’Assoluto Imperativo Estetico. Un imperativo impervio che fa della classicità il motore a propulsione di un millennio che non vuole abbandonare mai l’unica modalità di comunicazione che conosce: la velocità estrema, di pensiero, di movimenti di macchina, di inquadrature, come se il raggiungimento della velocità della luce fosse un traguardo lasciato ai posteri per dimostrarne la totale mancanza di veridicità e di importanza.

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Dalla celebrazione del Natale alla celebrazione del fascino senza tempo delle Twin Towers. Zemeckis ringiovanisce il suo cinema, già portato alle estreme conseguenze negli anni ’80 con i due must Back to the Future e Who Framed Roger Rabbit. Lo ringiovanisce con la sapienza di una tecnica che non bada a spese quando si tratta di sedurre un pubblico per lo più di bocca larga, che si lascia ipnotizzare, a ragion veduta, dai magnifici voli a strapiombo del Polar Express, dal montaggio chirurgico, dalla fotografia che indugia sugli occhi, arrivando a saturare il campo visivo, non lasciano mai respiro alla retina. La fotografia di The Polar Express ha qualcosa che gommoso e dolciastro, che tende ad intensificare il motivo diegetico del fantasy natalizio, portando lo spettatore ad interagire in maniera commossa con una realtà virtuale che non potrebbe mai essere presa sul serio, se non con un dispendio tecnologico di quella portata. Pazienza se poi il risultato che ne consegue è la totale mancanza di una complessità interna alla trama, di personaggi monodimensionali che trovano la loro ragion d’essere nel tripudio di effetti visivi talmente implausibili da chiedersi fin dove possa arrivare Hollywood a camuffare se stessa pur di legittimare un immaginario antico e prevedibile, che risponde più ai desideri inconsci di una generazione droagata di videogames che non ad un’esigenza di rompere gli schemi, come succedeva nelle commedie natalizie semi-punk stile Gremlins e Brazil. Ma forse è chiedere troppo ad un regista come Zemeckis.

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D’altronde, la prepotente genialità di The Walk si attua costruendo un altro racconto classico in cui i parametri della meraviglia estetica mettono in risalto un impianto narrativo dove la necessità dell’impresa coincide con la presa di posizione massimalista-tellurica, con la quale Zemeckis riprende la tragicità vettoriale delle Torri Gemelle. Il fatto che l’American Dream sia un evento in fondo del tutto irrealizzabile, rende la sfida del francese Petit ancora più radicale e anarchica. Il suo arresto al termine della passeggiata tra i due poli del grande simbolo dell’Eterna Finanza sta a significare che il sistema non era pronto per tale magnificenza visiva. Difatti è proprio quest’ultima che in The Walk Zemeckis esprime come mai aveva fatto prima. Regalando un senso di vertigine del tutto fisico, tattile, epidermico tale da portare lo spettatore su un’altra dimensione. The Walk non ha neanche lontanamente i problemi di credibilità che aveva The Polar Express, la storia che si racconta è biografica e viene sublimata da un racconto piuttosto scevro da compiacimenti. I nodi al pettine, purtroppo vengono nel finale, dove Zemeckis si trasforma da Spielberg e annacqua una narrazione tesissima con un’elegia del tempo perduto. Ma ciò che rimane, la meraviglia e i suoi abissi cosmici, tocca i vertici nella costruzione di una metaforica ossessione verso l’impossibile.

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Zemeckis flirta con le narrazioni ai confini della realtà e del cognitivo. Ruba alla finzione i modelli più abusati di spettacolarizzazione, utilizza da decenni i grandi budget messi a disposizione da Hollywood per restituire il trionfo della volontà di un cinema che non si rassegna a guardare l’incauto incedere del tempo/tempio tecnologico, senza demonizzare mai la videoludicità ma facendosene carico con arguzia e modelli aggiornati di suspence. Così il prototipo di Back to the Future rimane la chiave per comprendere le modalità di sfruttamento delle icone avvenuto a Hollywood negli ultimi 40 anni, così da costruire macchine spettacolari sempre più folgoranti ed esplicite, dove l’umano si perde nella permutazione cibernetica e la mdp si tramuta in un pennello invisibile. Esorcizzando i demoni del tempo e della morte.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).