Akira

Nella Tokyo post atomica del 2019, Tetsuo, un giovane scapestrato membro di una band di motociclisti, si scontra con un misterioso ragazzino verde. Questo è il risultato di un esperimento governativo.
    Diretto da: Katsuhiro Otomo
    Genere: anime, fantascienza
    Durata: 124'
    Paese: GIAP
    Anno: 1988
8.1

Akira di Katsuhiro Otomo (1988) rappresenta un’aggressione visiva che tramortisce, mette paura, riempe gli occhi della cifra di uno stile non accomunabile a quello di nessun altro artista d’animazione. Alla fine si esce con la vaga sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile.

In Akira si riflette sull’apparenza di una pienezza estetica svuotata di retorica, si apprende la concezione di un’animazione radicalmente diversa e senza limiti. Il lungo trailer iniziale di Neon Genesis Evangelion che appare prima del film di Otomo serva a mettere in prospettiva Akira e a prenderlo senza l’acume critico necessario. Come si può concepire a mente fredda una simile estetica del disastro visivo, di un’apocalisse visiva che non stempera mai la sua forza entropica. I due film di Otomo, Akira e Steamboy sono l’essenza di un cambiamento in atto, la dissoluzione dell’immagine in un punto di non ritorno dell’estetica neo barocca.
In due opere come Akira e Steamboy (2004) l’impianto musicale lavora all’interno delle immagini producendo la fusione perfetta tra immagini e suono, in un massimalismo immaginifico votato alla sperimentazione, all’intransigenza visiva, al fulcro stesso della ricerca della perfezione nel solco della classicità. Otomo è un cineasta classico, pur avendo sempre innovato. La classicità che innova è propria solo dei grandi filmmaker di Hollywood, da Hawks e Ford, fino a Cameron e Tarantino.
Akira (basato sul fumetto di più di 2000 pagine dello stesso Otomo), è tornato al cinema a distanza di 25 anni dalla sua realizzazione. Molti avevano già visto in vhs questa specie di baraonda visiva tragica, operistica, magnetica, insurrezionalistica, in la fantascienza si fonda al misticismo e il cyberpunk viene reinventato in un’estetica da far tremare o polsi a metà tra Blade Runner e Tetsuo di Tsukamoto.
Ma vedere su grande schermo un cinema tanto intonso e vecchio stampo riconduce la visione ad una forma di ellissi cognitiva di cui si era persa la memoria. Mai opera fu più totalizzante e totalitaria, mai l’estro creativo ha dominato con tanto furore.
Akira è un’opera per la quale è meglio sospendere il giudizio, tale è lo stordimento sensoriale, come una cannonata in faccia. Se c’è un film in cui la profondità di tono è proporzionale alla sua caratura gnoseologica, questo fa pensare che l’opera di Otomo, esattamente come il suo doppio speculare, Steamboy, laboriosissimo congegno narrativo che implode a distanza e magnifica l’occhio con invenzioni di saturazione visiva mai viste prima, si possa considerare una sorta di prefigurazione della morte al lavoro.
L’apocalisse come iniziazione selvaggia ad un cosmo irrefrenabile. I toni si fanno sempre pesanti e degni di un’opera wagneriana. Forse tanta seriosità e gusto per l’eccesso fanno di Akira un prodotto non assimilabile ad un palato occidentale. Che Otomo si prenda troppo sul serio?
Nella galassia del cinema d’animazione nipponico Akira giunse come un fulmine a ciel sereno, probabilmente nessuno si attendeva un cinema d’acciaio, fatto di legami purulenti e visioni oniriche che un pubblico occidentale avrebbe senza dubbio faticato a capire. Ma un film come Akira travolge i sensi, si pensi alla parte finale, gli ultimi 10 minuti in surplus, che sembrano non finire mai. Chi scrive ha percepito molto forte una sensazione di saturazione del campo visivo, come l’impossibilità di contenere nella pupilla tutto quel visivo, quell’eminenza granitica di galassie di carne e di metallo in frantumi.
Ci sono film che non si dimenticano e visioni che spezzano il cuore e delimitano il campo della visione: è il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare e conferire il giusto spazio ad Akira nell’Empireo dei  titoli impronunciabili, inammissibili, comunque la si pensi, desueti, nel contesto di un’industria che pensa ormai da troppo tempo in piccolo, compresa la nuova patetica Hollywood in 3D.
Chi avrà avuto il coraggio di confrontarsi con la visione bigger than life di Otomo?