I campioni assoluti della teoretica hollywoodiana, contro il mastino deflagrante del citazionismo onnivoro. Questa la differenza-sfida tra i due principali autori-canoni del cinema americano odierno: i fratelli Coen e Tarantino. Può essere utile un parallelo tra Il Grinta e Django Unchained, gli ultimi due esempi di fenomenica di genere (lo western) cui i due autori si sono cimentati negli ultimi anni.

I Coen e Tarantino firmano e fermano il genere in un guado corrispettivo di una tendenza filmica che implica la sottomissione dello sguardo ad una poetica autoriale del pastiche tipica del postmoderno.
I Coen diventano giudici ed esegeti dello sguardo western, identificando gli strati etici dei characters con lo spazio difforme della prateria, Tarantino riafferma la volontà citazionista del genere confezionando l’aura mitologica, fondativa, sanguigna nella ricostruzione della schiavitù, in una controparte fantasy che serva a far deragliare la coscienza nell’esplosione salvifica della forma mentis.

Forse è ovvio dire che ogni autore porta acqua al suo mulino. Ma è anche vero che la guerra autoriale si fa con cartucce mai usate prima, fatte in casa, adoperando fucili nuovi di zecca.
I Coen conducono il cinema in una terra di nessuno, impartendo una lezione sulla visione dello spazio e del tempo, Tarantino annulla ogni forma di reticenza spazio temporale e firma, attraverso un turbinio di iperboli visive, un cinema contenitore degli stili più difformi, tutti presi in prestito/rubati dai vari Leone-Peckinpah-Hawks. Tarantino arriva a preservare la scena così com’è tornando ad una classicità di cinema solare/oscuro, violento e senza mai badare alla credibilità del plot narrativo. Tutto in Django Unchained è preso paro paro da spezzoni di cinema western già visto, ma ricollocato in un contesto assurdo, attraverso la fotografia pastosa e atemporale di Robert Richardson (storico collaboratore di Scorsese) che ribattezza come nuove situazioni appartenenti ai contesti più diversi.

I Coen girano invece con calma, prediligendo il bozzetto (lo fa anche Tarantino, in fondo siamo sempre dalle parti del famoso postmoderno che pretende di azzerare le coordinate temporali, mischiando l’antico nel moderno), facendo parlare i silenzi e il tempo intonso di una natura quasi ancestrale, che assoggetta e “percepisce” i characters come simboli di un presente (cinematico)/passato(contesto storico) che non potrà più tornare.
Quindi i Coen sono autori di un cinema nostalgico? Niente affatto, la loro collocazione temporale de Il Grinta tradisce una magnifica venatura demenziale che tiene miracolosamente al riparo il film da qualsiasi mestizia passatista 8come invece si vedeva in Appaloosa di Ed Harris). No, i Coen rimangono cineasti riflessivi e teoretici, per loro il cinema-cervello è una religione, loro guardano ad una quercia o ad una buia notte d’inverno come se stessero ancora sul set di Blood Simple Sangue facile, loro teorizzando il campo visivo come una strutturazione del sapere, inventando dicotomie e ambiguità negli sguardi assurdi e voraci di attori-predatori che fissano l’immoto artefatto delle sconfinate praterie senza alcun rimorso e empietà.

Il genere ne Il Grinta e Django Unchained si istalla fallace e perpetuo, discostandosi sempre dalla norma, arrivando a concepire il cinema come un’urna magica o una lanterna che discerne il bene dal male, assumendo sempre il punto di vista maledetto di una scarnificazione sublimata dall’incertezza, raccontando l’infamia e la lode di un tempo oscuro, mai chiaro. Ecco il cinema western dei Coen e di Tarantino cerca di fare chiarezza spietata sul periodo mai tramontato dello western, per ribadire forse che lo western stesso è il genere più antecedente alla narrazione hollywoodiana, un narrare che è sempre esistito, ha sempre fatto parte della Storia oscura, segreta di un paese unito/disunito, che va a caccia della sua anima perduta ricordando che la violenza è il seme da cui è nata l’identità di un paese.

Chi scrive comunque è di parte, io preferisco Il Grinta dei Coen e Django Unchained di Tarantino. Non ho quasi mai capito il cinema di Tarantino, a differenza di quello dei Coen, che mi è sempre sembrato logico e teorico fino alla più profonda astrazione. Il cinema di Tarantino è un grumo materico di carne e sangue, non è un cinema per signorine e da sempre fastidio. E’ un grande autore, un genio, ma per me le “forme-cristallo” cinematiche dei Coen sono ben più affascinanti.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).