Christopher Nolan e David Lynch hanno trattato il tema dell’amnesia in due film paralleli che si toccano, si sfiorano, si duplicano vicendevolmente: Memento (2000) e Mulholland Dr. (2001). Il primo più concreto, adrenalinico e materico, il secondo più morbido e avvolgente, più misterico, denso di citazioni dai vari generi del cinema e dai film dello stesso autore.
Il tema dell’amnesia viene preso di petto da Nolan, che imbastisce una struttura narrativo-drammatica efficacemente concreta e dal ritmo estenuante. Se lo si guarda attentamente, Memento non lascia un attimo di respiro allo spettatore, come un action dei sentimenti offesi, si traduce in una caccia all’uomo in cui vengono continuamente negate o confutate le tracce relative all’identificazione dell’assassino della moglie del protagonista, producendo una spirale che non si riduce mai ad esercizio di stile o a maniera. Nolan tiene sapientemente le redini della narrazione, traducendo in una messa in scena, cristallizzata da un montaggio calibrato apposta per disilludere le aspettative del pubblico. Non sapere chi farà cosa e perché. Non sapere perché il protagonista compie quei gesti, rimettere sempre tutto in discussione. E’ un modo estremamente aggiornato per decostruire il genere del noir. Memento da fastidio rispetto a film come Le Iene, a Pulp Fiction, a Fargo, perché a differenza di questi, il film di Nolan non concede mai la catarsi allo spettatore, mantenendo un ritmo interno che lascia intatto il dolore del protagonista. Nel film Guy Pearce deve convivere con il lutto per la perdita della moglie, questo dolore rimarrà costante e inespugnabile per tutta la durata del film. Memento è un mélo atroce sulla perdita e sull’impossibilità di dimenticare il dolore. “Devo ricordarmi di dimenticarla” dice Guy Pearce. E’ una battuta che avvolge l’intero film in un sudario d’incertezza e di vuoto interiore.

Mulholland Dr. di David Lynch è un’opera in cui vivono le ossessioni del GA (Grande Autore), che si ingegna per licenziare il suo ennesimo CA (Capolavoro Assoluto).
Intendiamoci, se il film di Nolan venne preso con una scrollata di spalle dalla critica che venere il GA, per Mulholland Dr. ci fu qualcosa di molto vicino ad una specie di Epifania collettiva. E’ come se davanti a questo film, indipendentemente da quello che racconta (che è davvero poca cosa), quasi tutti abbiano gridato in coro alla perfezione assoluta dell’operazione-Mulholland Dr.
Lynch aveva dato prova di talento nei primi film, fino a Velluto Blu, film-abisso, operazione di cinema malato e forse irripetibile messa in scena votata ad una follia pittorica, in cui Lynch prese il genere thriller erotico-noir e lo rivoltò, piegandolo alla sua estetica della predominio dell’immagine pittorica.
Con Mulholland Dr. siamo dalle parti di una soap opera-horror, in cui non c’è né soap opera, né horror. Il film vive di splendidi momenti di cinema, veri e propri capolavori di manifattura cinematica, scene magiche, condotte dalla fotografia sinuosa di Peter Deming. Ma, in quanto alla storia, Lynch dimostra ancora una volta di non avere nulla da dire. Come un pittore dipinge degli action-painting bellissimi, ma la sostanza latita. E’ una specie di Baudelaire del cinema d’autore, o del noir: fare grandissima arte con materiali narrativi estremamente scarsi.

Il Lynch di Mulholland Dr. è un regista senile, che forse già dimostra la deriva contenutistica che lo porterà alla successiva baraonda estetica: il girare-girare-girare a vuoto all’interno dell’INLAND EMPIRE. I filosofi ci vanno a nozze, quelli che invece vogliono un cinema più semplice e concreto rimangono allibiti dalla mancanza di una prospettiva organica nella narrazione e nel dramma.

Il sottoscritto ha molto apprezzato il primo Lynch, neanche Velluto Blu, film inevitabilmente personale, geniale, sentito, in cui si gettano le basi di una follia cinematica veramente irresistibile, anche se personalmente Velluto Blu lo trovo morboso e respingente.
Niente da dire invece su Eraserhead La mente che cancella, vera e propria opera d’arte, monolite purissimo, un cinema sontuosamente formalista e splendidamente pittorico, l’unico monster-movie di Lynch in cui la follia può farsi strada in una terra di nessuno, desolata e siderale. Una grande opera d’arte. Senza nessun bisogno di arrivare al Club Silencio o alle tremende (e inutili, ma se qualcuno vuole spiegarmi che senso hanno, nell’economia del film, si faccia pure avanti) inquadrature frontali di Laura Dern, con cui il GA Lynch si presta a mostrare quanto è bravo ad utilizzare una nuova tecnologia (il digitale), di cui dimostra di non aver capito assolutamente niente.

Dentro Mulholland Dr. le storie portano ad altre storie, senza alcuna continuità narrativa, ma semplicemente, perché Lynch le raccorda così, come avviene quando si è in un sogno, solo che nel sogno nulla ha senso e tutto è assurdo. E’ il motivo per cui i sogni (la fase REM, tanto per intenderci) sono così noiosi. Ed è anche il motivo per cui Mulholland Dr. è tutto fumo e niente contenuto, anche se stavolta il fumo è bellissimo.

Ma se il cinema fosse una questione solo di stile, allora la maniera dovrebbe farla da padrone in ogni film,  invece il cinema di Nolan, che dà tanto fastidio ai critici che preferiscono l’anima alla struttura, è un cinema che cela in sé il dubbio della realtà, costringendo lo spettatore a fare i conti con l’abisso della propria percezione.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).