Al cinema le seconde volte sono rare, ma quando capitano danno il senso di quello che è la visione. Lo spettatore come produttore a sua volta di immagini, che si fissano nella memoria, modificando ogni volta la percezione del cosa, del dove, del come, del perché all’interno del mosaico delle immagini in movimento.
A quattro anni di distanza dall’uscita di Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino, il senso e la vertigine del fare cinema forse vengono capovolte con un doppio, triplo salto mortale che incendia la mente e il cuore.
Nel western camuffato da film di guerra Tarantino gioca, contro tutte le mode autoriali hollywodiane vigenti (vedi 300 di Snyder, che purtroppo è stato imitato infinite volte), sulla lentezza, sull’esasperazione elementare di dialoghi sintetizzati come un compendio di citazioni dove i “padri” vengono sterminati in senso idelogico da un modello di narrazione atto alla continua decostruzione del moto a luogo, ad ogni scena.
Così Tarantino può permettersi di mettere in scena la grottesca, idiota, follia nazista come mai è stata vista su grande schermo, e gli ebrei come indiani violenti (persino più degli stessi nazisti) che recuperano gli scalpi dei prigionieri e sfregiano le loro tempie per marchiare a fuoco il loro passato infamante.

 

La rappresentazione perfetta dei personaggi storici, il modo di tenere la camera fissa su ogni dialogo, di prendersi il tempo per conoscere il personaggio e lasciarlo evolvere nella scena, con un risultato di detonazione a distanza che spiazza, inganna, prende sempre in contropiede, si insinua nelle pieghe del tempo storico e del cinema, riconoscendo l’inadeguatezza morale a rappresentare la tragedia. Di conseguenza, la deformazione grottesca, pesante ed inevorimile, risulta ancora pià forte e vincente.
Si può di certo affermare che tutto l’armamentario da cinefile di Kill Bill (2003-2004) su Bastardi senza gloria trova un suo senso compiuto, con una strutturazione organica e immersa nel bolo dei generi senza alcun timore reverenziale. Tarantino ama Leone e ha il coraggio di rifare, sfidare, citare e alla fine migliorare il suo cinema.

 

La cronologia degli eventi in Bastardi senza gloria presenta un surplus narrativo che si espleta come un uragano visivo, dove attori americani, tedeschi e francesi si mescolano, a volte con risultati sbalorditivi, nella costruzione di una suspence che dimostra come Tarantino non sia più il regista di Pulp Fiction (1994) e Jackie Brown (1997), ma è evoluto all’interno del genere più puro dell’avventura, quello che non è riuscito a Baz Luhrmann, che con Australia (2008) e Il Grande Gatsby (2013) è franato in maniera molto pesante e per certi versi imprevedibile.
Da Bastardi senza gloria si possono selezionare veri e propri pezzi da novanta, sequenze-capolavoro che lasciano basiti per una perfezione, una puntualità,  una precisione di tocco, soprattutto nei dettagli, nello scandagliare e anche inventare, nel solco del tempo, situazioni mai viste e inenarrabili, che sono al cinema, appunto, funzionano.

 

La prima visione nel 2009 aveva tratto in inganno? Prendere la Storia e costruirci sopra un boutade così libera e scanzonata, non è cosa così facile da digerire. La tendenza di Tarantino a compiacere se stesso in passato era stata molto forte, (si veda, per esempio, il turpiloquio visivo estremo e superficiale, seppur geniale ed immediato di Kill Bill), così il modus operandi in un film ambientato durante l’occupazione nazista poteva far temere il peggio.
In effetti, questo è il suo primo film sulla Storia, nel successivo affronterà il tema del razzismo, come al solito con grande nonchalance e con un senso della classicità ormai perduto nel tempo e riservato solo ai grandi narratori, caterogia a cui forse bisongerà abituare ad inserire anche Tarantino.
Di certo, questo Bastardi senza gloria non si dimentica. La sfida con il tempo per adesso è vinta da parte di Tarantino.
Nel fuoco d’artificio ad impatto immediato di Kill Bill ci si riserva di imputare difetti e smagliature, all’interno del collasso dei generi post-autoriale, dentro il quale cresce il personaggio di Beatrix Kiddo, ma nel fuoco d’artificio a lenta germinazione di Bastandi senza gloria, all”interno della sua dettagliata lentezza, si possono leggere innumervoli spunti.
Non è un dato da poco, di solito è la cosa più difficile per un regista, che il proprio film “rinasca” a fuoco lento, durante la post-strutturazione data dalla nuova configurazione imposta dalla memoria che, come si sa, scompone e modifica il film.
Dopo ulteriori visioni, si cela un film nascosto dentro la storia dello sterminio dei nazisti ad opera del battaglione ebreo, all’interno di un cinema dato alle fiamme con 350 pellicole al nitrato di cellulosa: un film di sottigliezze e sott’intesi, dove lo stravolgimento di regole immutabili, che per un attimo sembrano esplodere al vento, si riconfigurano sotto l’egida di una nuova forma, una nuova intemperie estetica. E’ la prova che Tarantino sa piegare il cinema al suo volere.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).