The Post

Durante le ultime fasi della guerra in Vietnam, nel 1971, i principali quotidiani statunitensi, dal New York Times al Washington Post, decidono di divulgare notizie compromettenti per l’amministrazione Nixon. In particolare, l’editrice del Washington Post Katherine Graham e Ben Bradlee, il direttore della testata, daranno vita ad una guerra di nervi per evitare pesanti guai legali.
    Diretto da: Steven Spielberg
    Genere: drammatico
    Durata: 116
    Con: Tom Hanks, Meryl Streep
    Paese: USA, UK
    Anno: 2017
7.9

E’ il cinema dei raccordi, della sintesi schietta, del movimento che si fa dubbio e ricerca inesausta del ricordo d’archivio. The Post si situa nella filmografia di Spielberg come segnale di una spumeggiante continuità estetica e narrativa. Prima di tutto una nota statistica: è dai tempi di La guerra dei mondi (War of the Worlds, 2005) che Spielberg non ambienta un suo film nel mondo di oggi, nel mondo di internet e dei cellulari. Da Indiana Jones e il tempio del teschio di cristallo (2008) Spielberg ha ambientato tutti i suoi ultimi film nel passato. Tutte ricostruzioni storiche. Tutte time-machine basate sul principio del ricordo e della ricostruzione di una memoria ormai condivisa. Ecco la necessità intrinseca dell’ultimo cinema spielberghiano. Da War Horse (2011) a Lincoln (2012), fino a Il ponte delle spie (2015), l’autore di E. T. riprende le tematiche del primo conflitto e della Storia americana, fino alla Guerra Fredda.

The Post è il film che Spielberg doveva girare subito, in tempi brevi, con un budget contenuto (50 milioni; The BFG ne era costati 140), dove la tematica, fortissima, è la libertà d’informazione, minacciata, ieri come oggi, da un Presidente Tiranno (ieri il tiranno serio Nixon, che compì davvero atti oscuri e tremendi; oggi il simil-tiranno Trump, superstar folcloristica e tutta di facciata) che trama nell’ombra di far piazza pulita dei giornalisti. Spielberg in The Post si muove come all’interno della navicella di Incontri ravvicinati del 3° tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1976), dimostrando che i tempi bui di The Terminal (2004) e Prova a prendermi (Catch me if you can, 2003) sono finiti. La mpd è mobilissima e fa volare i personaggi e lo script, senza perdersi in sotto trame e spiegazioni di dettagli. Lo stile è classico, vibrante, tagliato e conciso, come accadeva nei film-punte di diamante degli anni ’70.

In un film così serrato, la gestione di un cast stellare è determinante. Difatti War Horse era riuscito così bene anche perché non vi erano nomi altisonanti. Tom Hanks torna con Spielberg dopo l’irricevibile The Terminal, Meryl Streep è alla prima collaborazione con il regista. Alla Streep viene dato il ruolo ingrato di una editrice lacrimosa che deve gestire amici altolocati (tra cui Bob McNamara, uno dei responsabili dei più grandi disastri dell’amministrazione statunitensi) ma garantire l’indipendenza del suo giornale. La sua performance è difficile da digerire, immersa nella retorica e nei toni più acclarati. Tom Hanks invece si sente perfettamente a suo agio nel ruolo del giornalista-segugio. La sua prova rimane calibrata e intrinsecamente stratificata.

Il finale non lo si può rivelare per rispetto. Ma è un gioiello di astuzia narrativa. Un monito che chiude il film con un soprassalto e definisce i tempi, i modi, i toni di una scommessa  (in sede estetica) vinta e di un pericolo ( in sede narrativa) serpeggiante insinuatosi nei gangli della società americana. Così si vince la partita del Tempo e si rimane sulla cresta dell’onda. Il re della regia spettacolare è ancora vivo e morde con l’energia di un ventenne.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).