L'ora più buia

Nel 1940 in un’Inghilterra preoccupata per un’imminente, possibile invasione nazista, Winston Churchill è stato appena nominato primo ministro. Mentre l'esercito dell’aviazione inglese, 350 mila uomini, sono bloccati nella spiaggia di Dunkirk, Churchill dovrà decidere se accettare il negoziato offerto da Hitler o respingerlo in toto.
    Diretto da: Joe Wright
    Genere: storico
    Durata: 125
    Con: Gary Oldman, Lily James
    Paese: UK
    Anno: 2017
8.2

VOTO AUTORE RECENSIONE6.5

Dove si deve piazzare la mdp? Nolan in Dunkirk lo aveva dimostrato, con tocco imperioso, architettonico, lievemente furioso. Cinema di ampio respiro, calibrato e cronometrato ad ogni passo. Villeneuve in Blade Runner 2049 fa un’operazione di “trapianto” degli anni ’80 nel capitolo targato 2017, riprendendo ogni stilema del film-monolite datato 1982. Così si fa cinema. Quello con la C maiuscola. Si prende un punto di riferimento netto e si porta avanti un’organizzazione scenica empirica, limando e destrutturando quando serve. Così si sperimenta utilizzando i canoni del cinema classico. Lo ha fatto anche il molto meno blasonato Doug Liman nello straordinario e sottostimato American Made (Barry Seal – Una storia americana), ridefinendo l’immagine di Cruise come nuovo Top Gun degli anni ’10.

E poi arriva Joe Wright. Il filmmaker autore di Orgoglio e pregiudizio (2005), Espiazione (2007), Anna Karenina (2012), decide di portare sullo schermo un controcampo di Dunkirk con L’ora più buia, dove Winston Churchill, appena nominato primo ministro, deve decidere se accettare i negoziati con la belva Hitler oppure chiudergli la porta in faccia senza se e senza ma. Questo mentre la truppa dei 350 mila inglesi e parte dell’esercito francese sono bloccati nella spiaggia di Dunkirk, come si è già visto nell’epocale, impressionante film di Nolan.

Cosa dovrebbe fare il regista di Espiazione? Riprodurre il cinema da camera, quindi grandi primi piani (enormi, quasi lunari quelli della testa di Churchill), totali dei politici in fibrillazione dentro il parlamento inglese, ralenti dei cittadini inglesi intenti a camminare per le strade, visti da Churchill con ammirazione e sconforto, battibecchi infiniti con la moglie e con la segretaria. La regia di Wright è né consolatoria, né assolutista, né propedeutica ad un rafforzamento della tensione e interna al quadro. Che nel film di Nolan si tagliava quasi coltello e in quello di Villeneuve rimane inespressa per intere porzioni di film, per poi esplodere in modo del tutto elegante e inatteso.

Wright ci pensa sul come interpretare la tensione di fatti storici eclatanti, e poi svuota il caricatore quando non ne può più di trattenerla, tenta di emanciparsi all’ombra dei colleghi più talentuosi, riuscendo sempre a cavarsela quando le armi a disposizione sono praticamente finite. Questo accade ogni volta che il Churchill di Gary Oldman sbotta, davanti alla radio quando il tempo di preparazione del discorso è terminato, sogghigna quando la segretaria gli fa notare il suo involontario gesto sconveniente ai fotografi, quando davanti ai parlamentari vicini a Chamberlain è costretto a ripetere per l’ennesima volta “non si può discutere con una tigre quando la tua testa e già dentro la sua bocca”. E così avanti. Wright rifinisce così le scene, le chiude in modo eclatante, con effetto populistico, sfruttando tutte le astuzie dello script. Così un regista che non sa scegliere un’immagine salva il suo film più importante grazie all’astuzia e al mestiere. La scena nella Metro, dove Churchill chiede consiglio al popolo inglese, rivela quanto ci sia di buono e quanto di pessimo nel suo pseudo-cinema castigato, scolastico, ma elementarmente efficace.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).