Assassinio sull'Orient Express

Nel 1934 un gruppo di facoltosi passeggeri si mette in viaggio di tre giorni sul lussuoso Orient Express. Durante il tragitto lungo le montagne innevate, uno dei passeggeri viene assassinato. Sarò compito di Herculet Poirot, grande investigatore belga, di fare luce sulla vicenda.
    Diretto da: Kenneth Branagh
    Genere: thriller
    Durata: 114
    Con: Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer
    Paese: USA, Malta
    Anno: 2017
6.2

VOTO AUTORE RECENSIONE7

La classe non è acqua. E Branagh lo dimostra. Sono trent’anni che il regista inglese porta avanti una destrutturazione dei generi pur mantenendone l’alone classico. Il remake di Assassinio sull’Orient Express non sfugge a questo teorema. Senza aver letto il romanzo di Agatha Christie e aver visto il film omonimo di Sidney Lumet del 1975, si può approcciare la visione del film di Branagh inserendolo nel discorso della composizione visiva intesa come ricollocazione in un nuovo spazio-tempo di una matrice filmica già utilizzata, com già avvenuto quest’anno con It di Muschietti e Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve. Non rientra in questa matrice estetica la terza stagione di Twin Peaks Il Ritorno di Lynch e Frost, evidentemente indirizzata verso una prospettiva decisamente futurista e che non ha nulla a che fare con la prosecuzione di un discorso già iniziato.

Branagh ripercorre in parte il suo cinema con il remake di Assassinio sull’Orient Express, ma adotta delle scelte retoriche atte a  comportare una sostanziale differenza implicita in questo nuovo film. Il cinema è un’arte perfettamente malleabile, in quanto un movimento di macchina ripetuto mille volte, se collocato in un contesto diverso, con una funzione diversa, riesce comunque ad affascinare. Il regista deve conoscere la macchina del cinema, deve sapere come far fruttare un movimento di macchina o un’ellisse, in modo tale da produrre una certa invisibilità del montaggio. Branagh ci riesce, anche nella constatazione dell’ovvio. ci riesce perché sa come si valorizza un cast di attori famosi, sa come ci si muove in una struttura chiusa (il treno) e in un contesto aperto che simula una chiusura interna (il paesaggio innevato), sa mettere un primo piano (Judi Dench, Dafoe, Pfeiffer) lasciando una certa libertà compositiva allo stesso attore.

C’è una notevole differenza rispetto ai precedenti film di Branagh, come Thor (2011) e Cenerentola (2015). A fronte di un esagerato utilizzo di effetti speciali, la narrazione rimaneva sospesa in un limbo di indeterminatezza che non aveva quasi mai sbocchi a livello drammatico. In Thor e Cenerentola la deformazione fantasy acquisiva una connotazione del tutto artificiosa che non trovava mai uno sbocco nell’onirico puro, eliminando ogni deflagrazione grottesca e surreale. Il regista non era a suo agio nella gestione di carovane d’attori, perdendosi nei colori abbaglianti e in melodrammi mai elaborati in senso assoluto. Era un peccato, in quanto il profilmico (fotografia, scenografia, make-up, costumi) forniva, comunque, una tavolozza cromatica di alto livello.

Anche in Assassinio sull’Orient Express Branagh può far affidamento ad un eccellente profilmico, ma stavolta non soffoca la narrazione, non la appesantisce, riesce a renderla intrigante quanto basta per far emerge una delle qualità primarie del cinema clonato: l’indifferenza dei supporti. Far riemergere l’autentico in una struttura narrativa che di inedito non ha nulla, rispettando i tempi, dilatando quel tanto che basta le scene degli interrogatori lasciando sempre il dubbio su una realtà sottintesa, infine, calando il sipario quando la risoluzione dell’enigma è scoperta. E il cinema si dissolve nel finale, senza fanfare, né dichiarazioni autoriali di un certo peso. Branagh conclude il suo nuovo esperimento visivo concedendo all’umanità che ha appena vivisezionato psicologicamente, il beneficio del dubbio.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).