The Look of Silence

Indonesia, tempo presente. Adi (classe ’68) è il fratello di una delle vittime del Komando Aksi, che tra il 1965 e il 1966 sterminò un milione di oppositori del regime. Adi decide di incontrare gli assassini del Komando, nel tentativo di ristabilire la verità su quanto è accaduto quasi 50 anni prima.
    Diretto da: Joshua Oppenheimer
    Genere: documentario
    Durata: 103
    Con: Adi Rukun, M. Y. Basrun
    Paese: DAN, INDO
    Anno: 2014
8.5

Dopo aver sconvolto e sconcertato lo spettatore che ha avuto il privilegio di venirne investito, con il suo primo meraviglioso documentario sull’argomento, The Act of Killing, uscito nel 2012, Joshua Oppenheimer replica l’impresa nel 2014, confezionando una sorta di sequel, se possibile atroce, devastante e potente, quanto, e per alcuni versi, ancora più del primo.

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Il tema è il genocidio indonesiano avvenuto nel 1965, a opera di vere e proprie squadre della morte costituite da cittadini esaltati, protetti e spalleggiati dal governo appena salito al potere dopo un colpo di stato, capeggiato dal generale Suharto, e non meno importante, appoggiato dai grandi governi occidentali e dai loro servizi segreti; sterminio perpetrato ai danni di tutti quelli che venivano considerati comunisti o presunti tali, che ha portato a morte violenta, non dopo indicibili e feroci sevizie, più di un milione di persone.

Il regista texano, trapiantato in Danimarca, ha firmato in questi ultimi anni, due tra i più importanti e sconvolgenti documentari che siano mai stati girati, dando un apporto di valore inestimabile e conferendo all’arte cinematografica, una responsabilità e un potere enormi.

Questa volta Oppenheimer cambia angolazione attraverso la quale osserva e ci rende spettatori e partecipi dello stesso evento, già inconcepibile di per sé.

Se in The Act of Killing aveva ripreso, sfruttandone l’ignoranza e il narcisismo, i fautori di quegli abominevoli omicidi, i quali non solo hanno accettato di raccontare e illustrare con dovizia di particolari le loro “gesta”, ma godevano nel mimare i movimenti e le situazioni nelle quali si sono trovati a torturare e uccidere migliaia di persone innocenti, in The Look of Silence, l’autore si mette dal punto di vista delle vittime.

Durante le riprese di The Act of Killing, Oppenheimer intraprende una relazione di amicizia con Adi, giovane ottico appartenente a una delle famiglie delle vittime da lui intervistate, nella raccolta delle testimonianze necessarie per il suo film. Adi è il fratello minore di Ramli, torturato barbaramente e massacrato nel più feroce dei modi due anni prima della sua nascita; dopo aver insistito ripetutamente, egli apprende tutti i particolari delle torture e dell’omicidio del fratello, proprio dal girato mostratogli dall’amico regista, che lo sceglie come protagonista di questa sua seconda opera, conseguenza naturale di una sensazione continua più volte spiegata da Oppenheimer, che il lavoro infinitamente doloroso relativo a quell’evento così tragico, non fosse esaurito, che ci fosse ancora qualcosa da indagare, da approfondire.

Così, il cineasta texano sceglie coraggiosamente di immergersi ancora una volta nell’orrore di un mondo difficilmente tollerabile, utilizzando come faro di questa nuova esplorazione proprio Adi, che determinato a capire e forse a colmare in qualche modo il vuoto lasciato dal fratello, a provare a tamponare il dolore nel quale è cresciuto, quello che ha respirato sin dalla nascita in una famiglia che lo ha creato proprio per tollerare quel vuoto, si ritrova in questo percorso, che diviene così una sorta di aiuto mutualmente reciproco tra due uomini, a volersi confrontare personalmente con tutti gli individui che riesce a contattare, quelli disposti a incontrarlo, che in un modo o nell’altro hanno preso parte agli omicidi del 1965.

La famiglia di Adi è una famiglia distrutta, le immagini che la ritraggono nella più totale naturalezza, sono forse le più dolci e toccanti del film; un padre centenario ormai cieco e sordo, che non è più in grado di deambulare e regredito a uno stadio infantile, accudito con una cura infinita, da una mamma poco più giovane ma molto più lucida, che ancora soffre spaventosamente per quello che è successo al figlio, per averlo visto sventrato, per aver permesso che glielo portassero via una seconda volta senza poter far nulla e per aver poi saputo come è stato ucciso.

L’elemento più sconcertante di questo agghiacciante lungometraggio, non è la descrizione brutale delle torture, o il fratello di una delle vittime che assiste inerme al racconto delle stesse, un racconto divertito che gli viene dapprima mostrato senza filtro alcuno e poi ribadito dai carnefici con i quali si confronta personalmente, corredato da molteplici particolari più volte ripetuti; no, pare già più che abbastanza, ma non è questo l’elemento più inconcepibile, più disturbante, quello che suscita vera e propria nausea, disgusto, ribrezzo, disorientamento, da parte di chiunque sia detentore anche solo di un briciolo di sensibilità e si ritrovi davanti a una tale visione; ma è la totale assenza di empatia da parte di queste persone, sia quando raccontano col sorriso sulle labbra, sinceramente divertiti, la crudeltà con la quale hanno compiuto le torture tra le più atroci, sia quando Adi rivela loro, anche se solo in parte, la sua identità, identificandosi come fratello di una delle loro vittime, e si rendono conto che hanno davanti a loro un parente stretto di qualcuno che hanno massacrato senza scrupoli, che parla loro di suo fratello, della madre, della sera in cui è stato ucciso.

Un’empatia totalmente assente in quasi tutti loro, completamente privi di qualsiasi parvenza di rimorso o di senso di colpa.

Loro che gli hanno appena raccontato di averlo evirato, sviscerato, di aver tagliato la gola di persone vive, pensanti, con sentimenti e desideri, esattamente come loro, di aver bevuto il loro sangue.

Sì, perché costume voleva, che si dovesse bere il sangue delle vittime per evitare di diventare pazzi nell’uccidere troppe persone, unico macabro segno, terribilmente insufficiente, di consapevolezza della misura e della gravità di ciò che facevano.

Dopo avergli raccontato queste atrocità, e aver saputo a chi le stavano raccontando, seguitano a declinare qualsiasi responsabilità, innervosendosi addirittura, sminuendo la gravità delle loro azioni, e non provandone alcun pentimento o rammarico.

Che si trattasse di chi li ha fisicamente compiuti quegli omicidi, o di chi li ha ordinati, di chi era al potere legislativo, o chi sorvegliava i prigionieri, tutte persone coinvolte e consapevoli di quello che stava accadendo. Nessuno, nessuno esprime il minimo segno di partecipazione, di immedesimazione nel dolore di quel ragazzo, nemmeno il minimo sindacale della sensibilità che dovrebbe contraddistinguere qualsiasi individuo ascrivibile alla specie cosiddetta umana.

E non si tratta di persone che poi sono state processate o punite per i loro atti, ma di individui che sono tuttora al potere, che vivono in case lussuose, che sono rispettate e potenti, che si considerano degli eroi per quello che hanno fatto.

Ai bambini a scuola, si insegna che i comunisti erano persone crudeli, cattive, che chi ne ha ripulito il paese è un eroe.

Alle domande di Adi, uno dei mandanti degli omicidi risponde che “la politica è il processo di raggiungimento di un ideale. In diversi modi”. Non importa quali.

E la stessa persona, davanti alle sue richieste di spiegazioni, un minimo più insistenti, si permette addirittura di rivolgergli delle non troppo velate minacce, dicendogli che rimestando il passato la cosa potrebbe anche riaccadere.

“Il passato è passato” una delle frasi più utilizzate.

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Ed è intensissimo, quasi intollerabile il contrasto tra l’espressione afflitta di uno dei sopravvissuti, gli occhi perennemente lucidi di Adi durante suoi incontri, la rabbia e il dolore nel viso della madre, quando le si chiede cosa prova a vivere ancora circondata dalle stesse persone che hanno torturato il figlio, e la risata sardonica, l’orgoglio, l’indifferenza dei carnefici.

Occhi, quelli di Adi, che ci si chiede come sia possibile che non esplodano in lacrime, come possa non crollare, non disperarsi davanti a tanta cattiveria che gli viene gettata in faccia senza il minimo riguardo. E meraviglioso, alcune delle sue lacrime, sono invece venute fuori dopo la proiezione del film alla Mostra del Cinema di Venezia, quando i lunghi minuti di applausi, hanno liberato il suo dolore e la sua gratitudine, verso il suo amico regista e verso chi finalmente, riconosceva l’entità del suo calvario.

Non scorderò mai la sua commozione.

Straziante, ancora, la sua ostinazione nel cercare risposte, nei suoi tentativi disperati di cercare di capire, guardandoli negli occhi, come sia stato possibile che delle persone fatte in carne ed ossa come lui, possano aver compiuto delle azioni così oscene e perverse, come ci siano riusciti; commovente il suo continuo chieder loro come si sono sentiti.

E ancora peggio, l’ingenuità di intravedere in alcuni dei loro movimenti o sguardi, un rimorso non cosciente che rispondeva più a un suo bisogno che a qualsiasi realtà, e di cui invece, palesemente, non vi era traccia.

E alla fine di ogni incontro, di ognuna di queste conversazioni, l’impotenza che lo lascia disarmato e inevitabilmente nel silenzio, quello del titolo, unico esito possibile davanti a tanto.

Quasi insopportabile e difficilmente concepibile.

Talmente tanto, da far sorgere qualche minima riserva, nel valutare il film, che peraltro non riduce minimamente la certezza di assoluto pregio dell’opera, ma che fa pensare che The Look of silence sia assolutamente un degnissimo seguito di un primo documentario incredibilmente bello, che sia un fortissimo pugno nello stomaco che come il primo ci metta davanti a quanto l’uomo possa essere sadico, cattivo e insensibile ai limiti dell’inverosimile.

Ma che se gli si può trovare un piccolo difetto, é che quei limiti forse qui vengono superati, cosa che non accade in The Act of Killing.

Nel senso che mentre il primo arriva dritto in faccia in modo assolutamente fluido e diretto nonostante l’aberrazione, nonostante la difficoltà del riuscire a concepire come si possa essere arrivati a tanto, in questo caso, ci sono degli elementi che potrebbe venire il dubbio possano essere stati più a servizio della rappresentazione che non una descrizione della realtà. Probabilmente é dovuto al fatto che davanti alla telecamera questa volta ci siano le vittime, cosa che se da una parte rende l’opera più intima e toccante, dall’altra rende più faticoso pensare che queste ultime possano essersi trovate davanti ai parenti prossimi di chi ha massacrato senza scrupoli la loro famiglia senza provare il minimo risentimento, riuscendo addirittura ad abbracciarli davanti all’unica e neanche troppo sentita richiesta di perdono.

In ogni caso, come detto, questa è solo una minima riserva, figlia probabilmente della enorme difficoltà a concepire certe realtà, senza avere la minima idea di come possano essere state vissute.

E non toglie assolutamente nulla alla maestria con la quale Oppenheimer ha gestito una quantità di dolore infinito, senza mai renderlo melodrammatico, rispettandolo, asciugandolo di qualsiasi tono superfluo, senza mai fare delle operazioni a effetto, attraverso dei primi piani incredibilmente eloquenti e efficaci e coadiuvato da un’ottima fotografia.

Un lavoro, quello del regista trentenne, con questi due documentari, che oltre a rappresentare un grande contributo cinematografico, ha valore inestimabile dal punto di vista informativo e umano.

Prima dell’uscita di The Act of Killing, gran parte dell’opinione pubblica mondiale non aveva nemmeno la più pallida idea di cosa fosse accaduto in Indonesia nel 1965, ne era totalmente all’oscuro.

Ed è praticamente diretta e obbligata la riflessione profonda che un documentario come questo inevitabilmente determina, sulle prerogative più oscure e difficilmente metabolizzabili, che volenti o nolenti, appartengono alla nostra “evolutissima” specie.

Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui Il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014, ed è stato candidato all’Oscar 2016 come Miglior Documentario.

A proposito dell'autore

Roberta Girau

Appassionata di cinema da sempre, tanto da considerarlo un fedele compagno di vita e una malattia ormai felicemente incurabile e irrecuperabile. Ha sempre inserito questa grande passione nel suo lavoro di psicoterapeuta, utilizzando il cinema come vero e proprio strumento terapeutico, scrivendo una tesi e articoli scientifici a riguardo e effettuando sedute di cinematerapia sia individuali che di gruppo. Ha collaborato e collabora con diverse riviste, come Cinefarm, Cinematografo.it, Artnoise.