P'tit Quinquin

In un villaggio di periferia di Boulogne accadono strani, inspiegabili crimini. Sul luogo dei delitti si presenta il comandante Van der Weyden e il tenente Carpentier. Nel villaggio vive anche il piccolo delinquente Quinquin e la sua fidanzatina Eve.
    Diretto da: Bruno Dumont
    Genere: commedia
    Durata: 200
    Con: Alane Delhaye, Bernard Pruvost
    Paese: fra
    Anno: 2014
8.7

La poesia della devianza sempre essere il tratto distintivo con cui Bruno Dumont si approccia alla realtà di una campagna francese desolata, popolata da personaggi per i quali il regista nutre una curiosità grottesca, e che genera un’idea di cinema perfettamente matura, sempre tendente alla trascendenza estetica. La miniserie P’tit Quinquin (2014) presentata al Festival di Cannes in proiezione speciale, sembra rispondere ai canoni formalisti del suo autore, tuttavia, stavolta il cambio di passo è notevole. Chi ha visto Twentyine Palms (2003) e Camille Claudel 1915 (2013) ricorderà la sensazione di eterna precarietà delle situazioni, tali da mettere in moto un terremoto emotivo che puntava a disorientare lo spettatore, facendo perdere progressivamente il punto della situazione.

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In P’tit Quinquin la narrazione viene distesa su un tappeto drammatico talmente insistito nei dettagli da spiazzare continuamente le attese dello spettatore, dove l’improvvisazione della drammaticità viene elevata all’ennesima potenza. Dumont si fa portavoce di un’umanità peregrina, accentuando il limite della visione, ovvero l’inusuale come elemento di perturbazione di una realtà senza senso, dove la chiave di lettura è insita nel fuori campo. Così la storia di P’tit Quinquin, frammentata in episodi spesso imbarazzanti, finisce per creare una visione complessiva del tutto, entrando in rotta di collisione con lo spettatore. Dumont interviene nella narrazione con il suo sguardo attonito, deformando i quadretti satirici, lasciando che l’umorismo elevi l’approccio orrorifico ad una realtà insondabile.

Alane Delhaye et Lucy Caron

Il Dumont di P’tit Quinquin decostruisce la narrazione, offrendo una visione intimista della provincia, mettendo in scena un apparato visivo dove l’estetica televisiva è deformata nei caratteri distintivi. Questa fusione tra estetica da piccolo e da grande schermo genera un collasso emotivo che si riverbera ad ogni episodio. Dumont costruisce una storia di delitti consumati in un piccolo paesino della campagna francese, portando avanti un’investigazione da operetta che vorrebbe illudere lo spettatore su un intrigo che si risolve con una nulla di fatto.

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Si viene introdotti ad una trama gialla che alla fine resterà senza colpevole (come nei film di Haneke), si ride delle pantomime dell’agente di polizia Bernand Pruvost sempre al limite della caricatura, nel contesto di una rappresentazione sociale che mostra la campagna francese in tutte le sue meschinità, il razzismo strisciante, la povertà di luoghi spogli. Quello che emerge è la perfetta confusione estetica di un prodotto polimorfo che non prende mai una sua direzione definitiva. Il cinema di Dumont rimane pasoliniano-antoniniano fino nell’anima, ma stavolta tenta di nobilitarsi con un retrogusto d’infingarda nostalgia per i classici della comicità che non gli era mai appartenuta, aprendosi ad un altro modo di fare cinema, sempre intransigente, ma stavolta aperto all’enigma dell’assurdo. Il grottesco esistenziale di P’tit Quinquin è la constatazione di una promessa di dirompente comica mantenuta sospesa, delirante e quasi cosmica.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).