Mula sa kung ano ang noon

1972. Alcuni strani fatti accadono in una zona sperduta delle Filippine. Un uomo viene trovato in una pozza di sangue, le case rase a suolo e bruciate, le mucche brutalmente uccise, il bosco pullula di lamenti: il dittatore Fernand Marcos ha appena preso il potere.
    Diretto da: Lav Diaz
    Genere: drammatico
    Durata: 338
    Con: Perry Dizon, Hazel Orencio
    Paese: FIL
    Anno: 2014
8.8

Quello che racconta From what is before (Mula sa kung ano ang noon), nuova fluviale opera di Lav Diaz e vincitrice del Pardo d’oro al 67° Festival di Locarno, è la storia di un’apocalisse umana e sociale, la trama di una tragedia che ha coinvolto una nazione intera. In 338 minuti, Lav Diaz narra il Male e l’abisso della Storia. Un inferno che sta per compiersi inevitabile in un’ atmosfera funerea, dove ogni inquadratura è presagio di morte.

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From what is before, titolo internazionale di Mula sa kung ano ang noon e traducibile con “Ciò che è stato”, racconta tre anni di vita di un villaggio nelle Filippine, dal 1970 fino al 1972, anno in cui il generale Ferdinand Marcos proclama la legge marziale all’interno dello stato. Diaz mostra con il suo stile radicale e inconfondibile, scene di vita quotidiana di un gruppo di esseri umani. La macchina da presa è fissa, per assorbire completamente il nostro sguardo, che resta ipnotizzato di fronte alla purezza delle immagini che Diaz crea.

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La centralità e la perfezione del quadro di Diaz è sorprendente, cinema pittorico in uno straordinario bianco e nero. Ma From what is before è soprattutto cinema di enorme potenza evocativa e poetica, cinema dove la vita e il tempo scorrono con le loro imperiture durate, esistenze che si lasciano guardare dai nostri occhi, imponendoci di guardare tutto in una magnetica etica della visione. Un’opera tattile e materica, attaccata agli elementi della natura come l’acqua,il fuoco e il vento; ma anche profondamente ancestrale perché crede ancora a un’antica magia, a un possibile manifestarsi di demoni benigni e maligni e ai riti con cui scacciarli.

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Ma soprattutto Diaz ha realizzato cinema popolare, nel senso più letterale ed effettivo del termine, perché parla di uomini, uomini che teatralmente, entrano ed escono di scena, immersi in campi medi e lunghi dove Diaz con grande valore antropologico li mette sempre al centro. Alluvioni, brutti sogni, morti di figli, mali incurabili, pianti di madre disperate, animali uccisi case e campi distrutti. Diaz parla del suo paese attraverso un orrore primitivo che proviene dalla natura, una storia che deve essere narrata per esorcizzare un Male profondo, una maledizione magica che diventa tangibile e viva.

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Un film finale sulla fine, che tenta di cancellarsi mettendosi in scena. Proprio come ricorda la stessa voce di Diaz nel finale: “Questa è la storia di un cataclisma, questa è la storia del mio paese”. E noi spettatori non possiamo far altro che restare attoniti e commossi, davanti alla definitiva e distruttiva bellezza di un cinema più grande dello schermo che lo contiene, e che lascia tutto il tempo di pensare su ciò che si è visto e si continuerà a vedere.

A proposito dell'autore

Riccardo Tanco

20 anni, diplomato al liceo linguistico. La passione per il cinema lo ha travolto dopo la visione di Pulp Fiction. Ha frequentato un workshop di critica cinematografica allo IULM. I sui registi di riferimento sono Tarantino, Fincher, Anderson, Herzog e Malick. Ama anche anche il cinema indie di Alexander Payne e Harmony Korine. Oltre che su CineRunner, scrive anche su I-FilmsOnline.