The Imitation Game

Seconda Guerra Mondiale. In Inghilterra viene formato un pool di crittografi per scoprire il segreto di Enigma, il dispositivo che permette ai nazisti di comunicare in codice. Del pool fa parte Alan Turing, brillante matematico che diventerà determinante per la riuscita dell'operazione.
    Diretto da: Morten Tyldum
    Genere: storico
    Durata: 114
    Con: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley
    Paese: UK, USA
    Anno: 2014
6.9

I luoghi comuni al cinema sono l’assicurazione che quello che sarà visto può non corrispondere necessariamente a quello che il regista e i suoi collaboratori avevano in mente. Il cinema è sempre stato un mestiere di cui si è tesa a mostrare la semplicità della realizzazione, con l’intento di camuffare la tendenza alla complessità tra le righe, nascosta tra le immagini, come un dedalo inatteso, di cui si vorrebbe sempre conoscere il motivo intrinseco.

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The Imitation Game di Morten Tyldum risponde all’ansia di catalogazione dell’immagine nel quadro del cinema europeo. La sua tendenza estetica alla televisione spacciata per cinema è una consuetudine non di poco conto per una produzione che chiede di essere letta come mero testo parallelo ad una rappresentazione/rinarrazione di una Storia che tutti già conoscono. Chi era Alan Turing. Cos’era Enigma. Fin dove poteva arrivare lo spietato ingegno nazista. La seconda guerra mondiale è stata vinta grazie alla decrittazione dei messaggi in codice nazisti e una squadra condotta da un genio omosessuale e autistico riuscì dopo una serrata lotta di cervello e nervi e sintetizzare un congegno altrettanto potente che potesse annullare la micidiale macchina da guerra nazista. Gli elementi dell’equazione pongono in essere il fascino di una narrazione sempre in fieri che si tiene in piedi più grazie alla maestria di un cast diretto con puntualità, che non grazie ad una regia tutta uguale, incapace di inventarsi strade ambigue o prospettive a doppi sensi che evidenzino un punto di vista altro rispetto alla narrazione di partenza.


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A quanto pare Morten Tyldum non conosce variazioni degne di questo none dall’idea di regia come tutti l’abbiamo sempre conosciuta. Siamo stati abituati per 40 anni alle iperboli visive di Martin Scorsese, forse l’unico regista capace di decostruire il cinema attraverso invenzioni scevre da imputazioni di manierismo stile Aronofsky (il peggior regista americano odierno?). Certo esiste anche l’opzione-b. Un Clint Eastwood avrebbe girato The Imitation Game in modo classico, con la capacità più unica che rara di far vibrare le corde di emozioni segrete con il semplice battito di ciglia di un attore o con un’inquadratura di spalle che privilegi il silenzioso trapasso tra due condizione diametralmente opposte. Tyldum non concepisce questo tipo di messa in scena, gli basta l’enunciazione del fatto come piccola narrazione quadratica, all’interno di una quadro di riferimento dove l’enunciato scarno vale più della reminiscenza di un passato ambivalente e ricco di senso.

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Il cinema oggi prende dalle serie televisive. Più di quanto ci si possa immaginare. Prendere o lasciare. Questioni di punti di vista dove la nostalgia per ciò che si è perduto prende lo spazio della struttura fattuale che pone il fatto narrativo al centro di una cinematica tutta esplicita, mai ambigua ma perfettamente riconoscibile in seno ad una storia dentro la Storia. The Imitation Game non merita nessuna delle Nomination agli Oscar che gli sono piovute addosso, la miopia dei membri dell’Academy Awards non deve sorprendere. Il telefilm di Tyldum intende prendersi la sua rivincita sulla memoria calpestata di Alan Turing, depredato della sua identità sessuale con la violenza della castrazione chimica. Innestando in questa linea patetica la storia grandiosa del vero grande fulcro narrativo dell’intero film: la straordinaria macchina da guerra di Enigma. Ecco Tyldum avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello, descrivere i nazisti al lavoro su quel prodigio di invenzione e provare a chiedersi cosa sarebbe successo se Enigma avesse vinto la partita della comunicazione e dei missili. Oggi avremmo un mondo diverso. L’esplicita conferma che ciò che non si vede è l’unica cosa che al cinema sembra davvero contare.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).