Belluscone Una storia siciliana

Nella Sicilia dei tempi nostri viene raccontata la storia dell'impresario palermitano di cantanti neomelodici Ciccio Mira e dei suoi due artisti, Erik e Vittorio Ricciardi. La figura di Mira è ricalcata su quella del più famoso imprenditore italiano, che decise nel '94 di scendere in politica, Silvio Berlusconi.
    Diretto da: Franco Maresco
    Genere: documentario
    Durata: 95
    Con: Salvatore De Castro, Marcello Dell'Utri
    Paese: ITA
    Anno: 2014
7.1

Belluscone, Una Storia Siciliana non è un film su Berlusconi. Meno male. Perché sarebbe l’ennesimo film sull’ex Cavaliere che cerca di carpirne il segreto, ricostruirne le oscure alleanze, decifrarne le fortune, attribuire le sue ricchezze a compromissioni e “cattive” frequentazioni.

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Non è un film su Berlusconi, però si crogiola in tutto quello che abbiamo detto sopra. Le cose raccontate tante volte dai detrattori e dai nemici di Berlusconi, Marco Travaglio in testa. E poi parla della Sicilia e del quartiere Brancaccio, vero e proprio “granaio” di voti dell’ex Presidente del Consiglio. Belluscone è (sarebbe) il progetto senza finale prefissato di un film su tutto questo, sull’amore dei siciliani per Silvio, sul mondo (anzi, il sottobosco) delle feste di piazza, sull’innominabile mafia. Il film di Franco Maresco parte dalla Sicilia per arrivare all’Italia, anzi all’italianità. Nel fare questo, inevitabilmente sbanda. Tutto s’intorbida, si riscontrano problemi tecnici, fioccano denunce. Maresco va in crisi di fiducia, scompare misteriosamente, rinuncia d’improvviso. Tanto che l’amico Tatti Sanguineti, nella parte di se stesso, parte alla sua ricerca e, con la ben nota minuziosità delle sue inchieste, cerca di sbrogliare la matassa e capire cos’è successo realmente.

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L’espediente di condurre la storia su più livelli e di ricorrere a fulminanti schegge con veri freaks è il punto di forza del film di Maresco, ma pure il suo limite. Il regista cerca l’effetto nel paradossale, vero o falso che sia, come il sonoro dileguatosi dall’intervista a Dell’Utri che si accinge a rivelare notizie inedite su Berlusconi. Il sapiente alternare campi medi e primi piani nelle interviste (per esempio al pentito Gaspare Mutolo e all’impresario Ciccio Mira) e le riprese frontali da posizione leggermente più bassa del soggetto inquadrato, servono alla regia per rendere inquietante la messinscena e mettere a distanza il materiale mostrato. Ma così facendo si rischia di non centrare il punto: quei mostri appaiono lontani, “non” siamo noi. L’intelligenza del disastro, siciliano e italiano, non si traduce nella ripulsa e nella riprovazione morale, semmai in una fascinazione dialettica, tra paratassi del profilmico e articolazione retorica del discorso filmico.

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In fondo è singolare che un film in cui prevale una sorta di flusso caotico dei materiali e che si sostanzia in un ostinato patchwork non riesca a prescindere da una robusta iniezione di autorialità. È lo scotto da pagare per non avere assunto su di sé (come in altri termini fece Moretti nei migliori momenti del Caimano) tutto il negativo di un paese allo stremo (del buon senso più che delle forze)? Può essere, e se fosse vero Belluscone, Una Storia Siciliana sarebbe un film riuscito a metà. Cosa che, a ben guardare, Maresco potrebbe non volere affatto smentire.

A proposito dell'autore

Denis Zordan

Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...