Si alza il vento

La vita del progettista di aerei giapponese Jiro Horikoshi, che nella Seconda Guerra Mondiale ideò il modello Mitsubishi A6M Zero, usato dal Giappone per l'attacco a Pearl Harbor.
    Diretto da: Hayao Miyazaki
    Genere: animazione
    Durata: 126
    Paese: GIAP
    Anno: 2013
7.6

Non poteva esserci congedo migliore, più intenso, più coerente. L’addio del cofondatore del nipponico studio Ghibli, Hayao Miyazaki, conclusione di un percorso artistico lungo quasi mezzo secolo, non poteva che passare per un film unico, anomalo se rapportato alla produzione precedente dell’autore eppure, innegabilmente, così suo, concentrato di tutte le tematiche, i sogni, le ossessioni di una vita.

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É proprio di ossessione infatti che si può parlare quando si parla del volo, tema cardine di tutte (in minore o maggior misura) le visioni miyazakiane, da Kiki – Consegne a domicilio (1989) a Porco Rosso (1992), passando per Il castello errante di Howl (2004). Non può che essere il volo, dunque, l’immagine ultima, il simbolo stesso di una vita, di due vite, quella di Jiro Horikoshi, protagonista della pellicola, tenace e sognante ragazzino destinato a divenire uno dei più grandi ingegneri aeronautici del suo tempo, e quella di Miyazaki stesso, minuzioso, visionario e abilissimo creatore di mondi fantastici. Sono proprio questi mondi a venire a mancare (quasi) del tutto nella storia più realistica, sicuramente più personale del regista, biopic romanzato di un personaggio storico solo apparentemente controverso, solo apparentemente lontano dalla visione del maestro, vita di un ingenuo, geniale sognatore costretto a fare i conti col mondo, con la storia, con la sofferenza.

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Sulle ali del vento, ma con i piedi ben piantati a terra, si dispiega allora questo racconto formativo, questa cronaca illustrata di un’esistenza eccezionale, col vento a dar sostanza ai sogni, a muoverli, a intrecciare i destini, quel vento che, alzandosi (richiamo esplicito a una poesia di Paul Valéry), fa incontrare e rincontrare Jiro e Nahoko, nella prima, vera storia romantica del maestro. Ispirandosi all’omonimo romanzo giapponese di Tatsuo Hori, alla tormentata narrazione dei successi e insuccessi del protagonista per dar vita all’aereo perfetto si affianca così una vicenda che, paradossalmente, trova nell’animazione una messa in scena più che mai verosimile, per certi versi più vicina alla quotidianità di un Ozu piuttosto che all’universo favolistico miyazakiano, una storia d’amore capace di impadronirsi totalmente della scena, senza paura di sfociare nel più puro melodramma.

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Amore, sogno e arte si intrecciano, si amalgamano in una complessità che solo in parte decide di semplificarsi, solo in parte decide di annullare le sue profonde contraddizioni. Ecco allora che Miyazaki, pacifista convinto (“Meglio porco che fascista”, cit.), non solo fa un film, ma si identifica in pieno, anche lui grande appassionato di aviazione, con la storia dell’inventore del magnifico e terribile Mitsubishi A6M (conosciuto come “Zero”, caccia leggero tristemente celebre per Pearl Harbor e le azioni kamikaze), nient’altro che un ragazzo, un giovane sognatore che, come lui, credeva nella bellezza, nella ricerca costante di quel bello inevitabilmente destinato a calarsi nel mondo, a scendere a compromessi, a corrompersi, ma per cui vale ancora, varrà sempre, la pena di lottare.

THE WIND RISES

Infondo, favola o meno, quella di Si alza il vento è la sofferta, ennesima storia di una maledizione, l’ultima di una lunga serie, e poco importa allora che le sequenze dei progetti, minuziose fino all’inverosimile nei dettagli tecnici di componenti e modelli, possano risultare alla lunga noiose, poco importa che i mirabolanti sogni di Jiro non raggiungano mai l’inventività espressiva dei precedenti lavori. Non è il capolavoro che Miyazaki cerca, dopo film come Principessa Mononoke (1997) e La città incantata (2001) non ne ha alcun bisogno, piuttosto è la semplice, lampante sincerità di una storia, il modo perfetto, elegante, struggente, forse l’unico, per accomiatarsi dignitosamente, onestamente e intelligentemente da una carriera di successi. Un’elegante uscita di scena, un commiato inevitabilmente definitivo che mantiene però, tenace, ancora il sapore della speranza.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.

  • Demis Biscaro

    “poco importa allora che le sequenze dei progetti, minuziose fino
    all’inverosimile nei dettagli tecnici di componenti e modelli, possano
    risultare alla lunga noiose”.
    Ma il cuore del film sta in quelle sequenze! Il film è (anche) uno straordinario e commosso omaggio agli artisti della tecnologia e senza quelle sequenze sarebbe irrimediabilmente monco.
    È con quelle sequenze che Miyazaki mette a contatto il grande pubblico con l’arte della tecnica, arte talmente sfuggente da non avere un nome, arte che si nasconde nei dettagli di un giunto meccanico diverso o nella scelta di rivetti a testa piatta anziché chiodi. Non sono sequenze esornative, sono una componente fondamentale della sostanza del film. Altrimenti non si spiegherebbe l’insistenza quasi ossessiva con cui viene esibito il regolo calcolatore, che di quell’arte è lo strumento principe (come il pennello per i pittori).