Gravity

Ryan Stone e Matt Kowalski sono due ingegneri aerospaziali addetti alla riparazione di una stazione orbitante. Improvvisamente una pioggia di detriti distrugge la stazione, scaraventandoli nel cosmo. I due ingegneri dovranno salvarsi da morte certa.
    Diretto da: Alfonso Cuaron
    Genere: fantascienza
    Durata: 90'
    Con: Sandra Bullock, George Clooney
    Paese: USA, UK
    Anno: 2013
7.5

Si può dire che Alfonso Cuaron abbia limitato i danni, e non gli si può affatto imputare una mancanza di coraggio.
In un film di fantascienza sul surfing cosmico con George Clooney e Sandra Bullock, due divi che potrebbero apparentemente sembrare fuori luogo per un tour de force estetico del genere, alla fine danno l’impressione di essersela cavata più che bene. Soprattutto la Bullock, che in Gravity (2013) acquista un’espressività insperata.

Le ambizioni del regista messicano erano alte: mostrare quello che succede a due astronauti dopo che il loro satellite è stato distrutto da una pioggia meteoriti. Colleghi come David Fincher e il direttore della fotografia Lubezki gli dissero che senza la tecnologia adeguata l’esperimento non si sarebbe potuto tentare, è per questo che Cuaron decide di investire sul 3D, costruendo una sofisticata operazione registica intorno al concetto di immobilità perenne tra due personaggi immersi nel nulla.
Assenza di gravity, appunto. E’ così che il film diventa un campionario di belle inquadrature, mai patinate per giunta, un compendio di volteggi e panoramiche forse vuote ma di sicuro impatto.
“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”, recitava la frase di lancio di Alien (1979) di Ridley Scott, e Cuaron decide allora di farci sentire tutte le altre sensazioni che non si sono mai provate in assenza di gravità, mostrando la sofferenza, del tutto autentica e simpatetica di Sandra Bullock perduta nell’atmosfera “ghiacciata” dello spazio, riflettendo ogni suo sibilo e pensiero, lasciandosi trasportare dal suo istinto di sopravvivenza e dal dolore del passato che incombe su di lei.

 

Gravity sfoggia per tutti i 90 minuti questo armamentario visivo eccezionale, suadente, molto originale esteticamente e c’è da applaudire, nonostante la storia sia del tutto risaputa, perché con un plot narrativo così scarno non si poteva fare di meglio.
Gravity non dice nulla di tutto ciò che già si sappia, ma vuole semplicemente espandere il campo visivo, sensoriale, far vedere e udire cose mai viste e mai sentite.
Il regista messicano aveva già sfoggiato una raffinata propulsione tecnica per I figli degli uomini (2006), dove Clive Owen, in un mondo distopico senza più figli, doveva proteggere l’ultima Madonna nera da uno Stato di polizia, si rivelava come un tpur de force stilistico, un thriller dall’ottima fattura minimalista, tecnicamente precisa ed ineccepibile.
Con Gravity siamo sicuramente oltre, grazie ad un afflato, un concept visivo decisamente più articolato, che si misura con l’ineluttabile destino della morte che incombe, mentre I figli degli uomini era solo un’opera tecnicamente smagliante, ma non si coglieva fino in fondo il senso di un’operazione molto dubbia dal punto di vista ideologico.

 

A metà film, quando Cuaron mostra l’inquadratura di profilo con Sandra Bullock disperata, una volta raggiunta la stazione russa, la mdp viene indietro e ho pensato che il film sarebbe malignamente finito là, che tutto l’operazione non fosse altro che uno scherzo, un esercizio di stile, e ho pensato “adesso Cuaron finirà il suo film con un personaggio che muore nello spazio”, in seguito la vicenda si conclude in uno spettacolo dove, grazie ad un lavoro di montaggio essenziale, viene accompagnata da una strategia della visione densa e consapevole, degna dei classici del passato.
L’avventura sullo spazio di Cauron si risolve in modo positivo, dove Cuaron riesce a moltiplicare narrativamente una storia minimalista, attraverso uno stile energico, architettato come una sinfonia sorda, ma del tutto avvolgente.
Il risultato che ne emerge è che il paziente/film non era malato, ma ha avuto la sensazione di star per morire per aver confuso un terribile raffreddore con una grave polmonite.
Cuaron si è cimentato nel camuffamento del proprio cinema, solitamente freddo e spregiudicato, stavolta ha vinto. Ma non credo che la prossima volta sarà così fortunato.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).