Puntare tutto sul non detto, far deflagrare il cinema, renderlo nudo davanti agli eventi, mostrare il nulla di un paesaggio immenso e sconfinato, usare il sonoro come un personaggio invisibile e immutabile.
All is Lost Tutto è perduto di J. C. Chandor propone una massa critica di elementi del tutto fuori controllo come corollario sull’incresciosa solitudine del protagonista Robert Redford, chiamato ad una immersione totale nel silenzio della sua barca, contesa da un maelstrom di suoni funanbolici, che fungono da discorsività interna al quadro in perenne movimento e in sostanziale (apparente) immobilismo tellurico.

Non si trovano molti precedenti nella storia del cinema di un simile azzardo: per un’ora e mezza, dopo l’introduzione di Redford che legge il messaggio nella bottiglia per cercare soccorso, nel film non si sente un’anima, Il tuor de force estetico è paradossale e magnetico, tale da spiazzare lo spettatore, che si accorge solo dopo un’ora dell’assoluta mancanza di suoni.

E’ un periodo d’ipotetica immersione del visivo in un contesto abitato dai fantasmi, quello in cui si ritrova Redford. Difatti, la regia di Chandor risulta quasi impotente di fronte ad una situazione simile e fa l’unica cosa che può fare: annullarsi completamente, rendersi invisibile e nuotare nell’ignoto.
L’unica “regia” che forse si sente è proprio quella dell’attore, Robert Redford, con i suoi sguardi, il suo incedere scontroso, la sua solitudine di fronte alla sorte degli eventi sempre contraria.
E’ un cinema svuotato di apparati teorico-estetici che si sublima nell’estasi dell’esperienza, si fa documentario di una visione estrema, che nel cinema americano forse non si era mai vista, di sicuro non recentemente.
Nell’epoca dei Transformers di Michael Bay, del cinema ipertrofico, muscolare, dove l’eroe americano reaganiano-bushano fascistizzato è reso invincibile di fronte a qualsiasi avversità, arriva il protagonista tutto piccolo di Redford che soccombe sotto i colpi di una natura quasi herzoghiana, quasi fosse un Aguirre furore di Dio (1972) meno sconvolto e barbarico e Klaus Kinski.
La retorica stessa è annullata, il surplus di visione annientato. E questo, nell’epoca della visione eccessiva ed eccedente il contenuto, dà fastidio. Si sente completamente la mancanza di azione e di immagine in All is Lost, perché Chandor ripulisce il film da ogni fronzolo, rendendo l’esperimento visivo un diamante puro, che si scaglia contro la coscienza visiva dello spettatore.
In All is Lost si rende necessario il minimalismo estetico, come in Gravity, Venere in pelliccia e Lei: pochi attori chiamati a sostenere da soldi l’intera durata del film: la narrazione cambia e si concentra. Perché? Forse per un contraccolpo dato dall’era di internet e dei device digitali. All is Lost è l’esempio più estremo di questa nuova tendenza al minimalismo: nel film di Chandor Redford è del tutto isolato dall’occidente industrializzato, totalmente isolato dall’iperconnessione globale. Il protagonista è solo al mondo e deve contare solo sulla sua forza e sulla sua capacità di resistere alle intemperie.
Come dire che per tornare ad una purezza originaria del cinema, che si è irrimediabilmente persa ai tempi dell’era digitale, bisogna ripartire da zero, annullare il sentimento ipertecnologico dell’occidente industrializzato e mostrare l’incapacità di interpretare la natura, intesa come sistema che funge da gabbia da cui è impossibile uscire.
Viene in mente la battuta di Werner Herzog quando esprimeva la sua idea sull’indifferenza della natura su Grizzly Man (2005), a differenza di Timothy Treadwell che la interpretava come un luogo ricco di fascino.
La natura è quindi l’altra protagonista con cui Redford deve fare i conti. Alla fine del film, la chance della salvezza sarà a disposizione dell’attore protagonista e quest’ultimo dovrà decidere le sue sorti proprio alla fine: dichiarare la propria resa nei confronti dell’oceano o decidere di riprendere parte a quella civiltà dell’occidente a cui ha voluto sfuggire per tutta la durata del film.
Una cosa è certa: la retorica del buon selvaggio di Beasts of the Southern Wild (Re della terra selvaggia, 2012), non abita di certo qui.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).